Non è un mondo per il vino sfuso?

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Non è un mondo per il vino sfuso?
Da che ti mettono il tastevin al collo, cominci a storcere il naso davanti alla caraffa di vino sfuso, figurarsi davanti a quella con le percoche che compare di tanto in tanto sulla tavola in famiglia.

La (superficiale) convinzione di scarsa rilevanza del fenomeno, in ossequio all’idea “verticistica sulla qualità del vino” secondo cui la qualità sarebbe rinvenibile solo e soltanto nelle bottiglie e non in damigiana (è utile rileggere, in proposito, l’Elogio porthosiamo dello sfuso, dove si ricorda che nel passato in bottiglia ci andava soltanto la parte realmente migliore della produzione, mentre il resto veniva venduto sfuso ai clienti che facevano capolino in azienda) è in realtà smentita dai numeri.


I numeri del vino sfuso, appunto


Tutt’altro che numeretti di poco conto, come si evince dai dati della World Bulk Wine Exhibition. Per dire, il 40% dei volumi esportati nel mondo è di vino sfuso, per un valore intorno ai 3 miliardi di euro; per l’Italia, in particolare, nonostante un calo nei volumi del 7,5%, il settore fattura qualcosa come 407 milioni di euro (+5,2% rispetto al 2017).


Vicino al consumatore finale


Dal punto di vista delle aziende, poi, il vino sfuso non solo consente di “fare cassa”, ma rappresenta un punto di contatto affatto trascurabile nel rapporto con il consumatore finale, spesso affezionato anche solo all’idea di tornarsene a casa con la propria damigiana da imbottigliarsi a casa. Di qui anche la particolare attenzione per il punto vendita, sempre nella più ampia strategia di fidelizzazione del cliente. Io vivo nel Sannio e mi viene in mente lo shop della cantina cooperativa La Guardiense, una sorta di distributore di carburante enoico all'interno del nuovissimo punto vendita aziendale.


Non manca la qualità


Se è vero che la percezione di qualità è effettivamente bassa per i vini sfusi, per fortuna ci sono sempre le eccezioni che confermano la regola (mi dicono di affollate prenotazioni per i vini non in bottiglia del celebre Valentini da Loreto Aprutino, giusto per fare un esempio). Qualcosa, poi, è cambiato in meglio, specialmente negli ultimi anni, per esempio grazie alla diffusione sul mercato di contenitori “alternativi”, tipo i c.d. bag in box*, senza dimenticare che non potrà certo essere solo un caso se sono spuntate qua e là enoteche specializzate nella vendita di vino non imbottigliato.


Il vino della casa


A proposito di quello che nella ristorazione è generalmente noto come “vino della casa”, segnalo, tra le novità di Osterie d’Italia 2019, la particolare attenzione rivolta alla proposta del vino sfuso. Tant'è che il saper “proporre il vino anche se è quello della casa” è uno dei punti del decalogo dell’Osteria contemporanea, ovvero quelli “che fanno di un’osteria una grande meta”. Insomma, un modo per premiare quei locali che si prefiggono di superare, con cura e competenza, la tradizionale diffidenza nei confronti dello “sfuso”, ancora oggi l’ostacolo maggiore alla sua consapevole diffusione nella ristorazione di qualità, quanto più è possibile lontana dallo stereotipo del “bianco o rosso a buon mercato”.


Qualche esempio


Tra le osterie con un "vino della casa" molto più che dignitoso (oltre che, nel caso specifico, con una carta in crescita, piuttosto variegata sulle produzioni locali), c'è il Ristorante Nunzia, storica osteria chiocciolata di Benevento, dove l'ottimo sfuso (bianco o rosso) è quello di Fontanavecchia, lo stesso che Orazio, il papà di Libero e Giuseppe, ti spilla direttamente dalla vasca quando passi a comprarlo in azienda.

Ma non è certo l’unico caso virtuoso. Se aveste qualche suggerimento al riguardo, bene questo è il momento, segnalatemelo nei commenti.


* lett., “sacca nella scatola”: un contenitore riciclabile per alimenti liquidi o semiliquidicomposto da un sacchetto in polietilene (bag), protetto da una scatola (box) che punto ne assicura la protezione dagli urti e dai raggi solari.
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