#6 Commenti

  • Luigi Ferretti

    Luigi Ferretti

    Complimenti Alessandra, grazie per l’articolo molto interessante e ben scritto.

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    #1
  • Marco Tortato

    Marco Tortato

    Tutto bene, ma... non trovo "magistrale" quanto detto dal bravissimo sommelier: "Il vino del futuro per me sarà un vino buono, che racconti di persone e di territorio, non necessariamente biologico o biodinamico, ma in grado di fare emozionare”. L'emozione (figlia tra l'altro delle ancor più nocive sensazionalizzazione e spettacolarizzazione)... quella che oggi tutti cercano di provocare, artisti, scrittori, musicisti, e ora anche vignaioli... la trovo, la peggior scusa per portare in basso il livello di comprensione di qualsivoglia prodotto. Chi devo emozionare? e con quale aspetto del mio vino? L'emozione delle masse non è quella che fa crescere il livello di qualità dei prodotti, purtroppo, l'emozione dei pochi che comprendono non aiuta le aziende e il mercato... per cui non trovate che "l'emozionarsi" sia un obiettivo fallace? La generica e banale emozione, è una di quelle panacee che la società moderna offre per gratificare chi non ci capisce nulla, costando poco e rendendo molto in termini di ritorno immediato. Ma... la trovo troppo effimera, e volubile per essere un obiettivo per uno dei settori produttivi più importanti del made in Italy. Una volta si cercava l'eccellenza... ma oggi cercare di essere eccellenti non va bene?

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Infatti mi pare solo uno degli aspetti di cui ha parlato, prima ha parlato di vini buoni che parlino di persone e di territori. Comunque non riesco a immaginare di potermi entusiasmare per un vino che non è in grado di emozionarmi, sarebbe una contraddizione in termini se ciò fosse possibile.

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    #3
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Marco Tortato anche parlare di eccellenza non ci esime dal parlare di emozioni. I neuroscienziati dicono che "non siamo macchine pensanti che si emozionano ma esseri emotivi che pensano". Scindere la nostra valutazione (che concordo con te deve essere di correttezza e piacevolezza) dalla capacità di suscitare emozioni ci è molto molto difficile. Possiamo farlo con un lungo e faticoso lavoro di addestramento (nei panel di analisi sensoriale si fa) ma non si può pensare che lo faccia un consumatore.

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    #4
  • Marco Tortato

    Marco Tortato

    Sono d'accordo sia con Filippo, sia con Alessandra, ma... se l'emozione è il punto di partenza, come gestiamo ciò che non ci emoziona? Lo etichettiamo come non valido, a prescindere? E... l'emozione di un esperto enologo, è la stessa del consumatore citato da Alessandra? Quindi se la signora Pina (come esempi di consumatore medio) è emozionata dal Tavernello, dobbiamo considerare il Tavernello ciò a cui l'industria del vino deve puntare? Ho come l'impressione, che parlare di emozione, banalizzi e appiattisca tutto... Invece, parlare di valori a cui aspirare per suscitare emozione, forse sia più corretto... perchè il valore rimane, è immutabile e caratterizza il prodotto e il suo target, che sia di alta o di bassa fascia, l'emozione invece è volubile e dipende da troppi fattori, anche esterni... se oggi ho una brutta giornata, magari quel prodotto di grande valore non mi emoziona, se lo avessi provato in altra circostanza invece sarebbe stato grandioso. Qualcuno addirittura può essere emozionato anche solo dal valore economico di un prodotto, e quindi essere suggestionato da quello... è questa la via a cui stiamo puntando?

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    #5
  • Luigi Ferretti

    Luigi Ferretti

    Produrre e vendere prodotti (e vini) pensando di emozionare il consumatore è uno dei “must” del marketing moderno.
    Personalmente, trovo che sia un’assurdità pericolosa, che troppo spesso conduce il consumatore medio verso aspettative fallaci.

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    #6

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