Petrolio Rai sul vino: benino ma non benissimo

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Petrolio Rai sul vino: benino ma non benissimo
Quello del debunker, il cacciatore di bufale, non è un ruolo che mi faccia sentire particolarmente a mio agio. Le bufale quando ci sono preferisco affrontarle con l’informazione, senza necessità di sottolineare che qualcuno sbaglia. A volte però, quando c’è bisogno di prendere la bufala per le corna e nella speranza che si tratti di un animale mansueto, lo faccio, a costo di essere antipatica.

Si parla della puntata di Petrolio del 6 ottobre scorso, condotta da Duilio Giammaria in seconda serata su RAI 1.

L’ho guardata e ho preso appunti.
Cominciamo con il dire che rispetto al sensazionalismo ricercato o costruito di Report andiamo decisamente meglio. Meglio ma non benissimo. La prima impressione è che ci abbiano voluto infilare un po’ troppa roba, dal mondo ricco, retorico e ovattato degli Chateau francesi, alla borsa londinese dei vini en primeur, al vino degli antichi romani, al fenomeno del biologico e del biodinamico, alla sostenibilità e la sfida del miglioramento genetico, alla sicurezza alimentare e i rischi legati all’alcol, i pesticidi e il gliphosate, per finire al Prosecco e il suo business. In poco più di un’ora tutto trattato con tanto di servizi, esperti e ospiti in studio. Tutto introdotto e lasciato lì, a volte con qualche stortura che meritava magari un intervento qualificato, come se Giammaria giocasse a fare Quark, Ulisse, Report e le Iene in un unico contenitore.

Pollice alzato per la grandissima professionalità di Roberto Anesi, miglior sommelier 2017 e ospite in studio, per aver portato il tappo a vite in televisione e per non essere caduto nel tranello “biologico Vs convenzionale” con un magistrale “Il vino del futuro per me sarà un vino buono, che racconti di persone e di territorio, non necessariamente biologico o biodinamico, ma in grado di fare emozionare”.

Pollice alzato per il bellissimo servizio sulla Villa dei Quintili nel Parco Archeologico dell’Appia Antica, la prima Urban Winery della storia, con lo stabilimento di produzione visitabile adiacente ai locali dove si svolgevano banchetti e simposi, con tanto di fontane di vino.

Pollice alzato per aver parlato di CRISPR e geni di resistenza con Andrea Segrè della Fondazione Edmund Mach, che sottolinea che la sfida della genetica è la sfida per la sostenibilità e che il biologico e le biotecnologie perseguono gli stessi obiettivi. Anche se non è stato spiegato cosa siano CRISPR e Genome Editing e perché le piante migliorate non dovrebbero essere definite OGM, come ha sancito invece una recente sentenza della Corte di Giustizia Europea.

Pollice alzato per Domenico Palli, epidemiologo dell’ISPO, Istituto Superiore di Prevenzione Oncologica che parlando di alcol si esprime finalmente in termini di rischio e di probabilità: ci sono due tumori che hanno una relazione con il consumo di alcol, quello della mammella e quello del colon retto. L’incremento del rischio è basso ha spiegato Palli (il 3% per il primo per un consumo di un bicchiere al giorno) ma c’è e cresce linearmente con il consumo. Questo non significa che non si debba bere vino ma che sia importante saperlo e soprattutto che se si decide di bere almeno si smetta di fumare (perché i due rischi si incrementano a vicenda).

Bella anche l’animazione sui rischi legati al consumo di alcol, anche se la musichetta da film horror me la sarei risparmiata.

Per il resto c’è un po’ di confusione.
Confusione sulla definizione del vino biologico, le differenze con il convenzionale e quelle di entrambi con il biodinamico. Confusione sul rischio legato ai pesticidi e ai loro residui. Confusione sugli additivi, i coadiuvanti, gli allergeni e l’etichettatura, che non facevano parte dei servizi ma sui quali sono riusciti lo stesso a creare confusione.


Arriviamo al debunking della puntata si Petrolio dedicata al vino allora


Da questo punto in poi sarò un po’ più antipatica, sopportatemi.
Il servizio sul vino biologico presenta i numeri e poi passa la parola ai produttori, ognuno dei quali dà la sua personale definizione di cosa significhi produrre vino biologico, senza pesticidi, con solo prodotti di copertura, facendo anche dei distinguo, tra chi lo fa solo per un discorso commerciale e chi no, chi non usa nessun prodotto enologico e chi utilizza alcuni prodotti di origine biologica, senza però che il consumatore possa saperlo.

Nessuno che dia una definizione reale di cosa sia il vino biologico, nessuno che dica che c’è un regolamento europeo (Reg 203/2012), una lista positiva di prodotti per la difesa in campo e di prodotti enologici in cantina autorizzati e anche degli organismi di controllo terzi che vigilano sull’osservanza delle regole.

Stesso meccanismo quando si passa al biodinamico, dove si parla di vitalità del suolo, si spiega l’uso dei preparati e poi si passa la parola a un imprenditore romagnolo convertitosi alla biodinamica che spiega soprattutto cosa non è il vino biodinamico in cantina parlando, riferito al vino convenzionale e biologico, di pastrocchi, di lieviti di sintesi, aromatizzati e acidificanti e “pensi che nel vino usano, per filtrare, derivati del latte, i caseinati, e dell’albume d’uovo, l’albumina. Lei si beva una bottiglia di vino biodinamico e vedrà che la mattina è come se avesse bevuto acqua minerale”.

Ecco, finita lì, nessuno che spieghi di cosa stia parlando. Nessuno che risponda alle accuse di fare “pastrocchi” con prodotti del tutto leciti (e per giunta se vogliamo entrare nella stessa retorica del tutto “naturali” e di lunga tradizione come l’albumina o il caseinato), nessuno che possa intervenire sull’inconsistenza della definizione di lievito di sintesi o aromatizzato.

Ora lo so che un debunker che si rispetti dovrebbe spiegarlo qui, ma di lieviti o di additivi se ne è parlato già e se ne parla in continuazione nella bolla o nella eco chamber vinosa e comunque due link uno sui lieviti selezionati, uno sugli additivi li trovate qui e qui.

Il problema maggiore è che lo spettatore televisivo non vive nella stessa eco chamber, e quindi cosa potrà mai aver capito?
Probabilmente niente come sicuramente niente ha capito sul rischio legato ai pesticidi, nei quali si fa una grandissima confusione tra prodotti per la difesa i cui residui possono essere rilevati nel prodotto, uva o vino, e diserbanti come il glifosate che, una volta per tutte, vengono distribuiti solo al suolo per provocare il disseccamento delle piante infestanti e potrebbero eventualmente rappresentare un rischio per la biodiversità o per l’ambiente, ma che difficilmente sono presenti nell’uva a meno che un vicino si sia vendicato di un torto e abbia volutamente irrorato le piante, che sono morte.

I prodotti che si vedono distribuiti nei vigneti con gli atomizzatori e che venivano distribuiti fino a pochi anni fa con gli aerei o con gli elicotteri (ma che non lo sono più) non possono essere glifosate, nemmeno (anzi soprattutto visto quanto costano i vigneti) nella zona del Prosecco, che a seguire le inchieste televisive sembra l’unica dove vengano usati i pesticidi. E allora perché quando i cittadini si lamentano dei trattamenti troppo vicini le risposte sono sempre “noi ci teniamo alla salute delle persone tanto che abbiamo vietato l’uso del glifosate?”).

Sui pesticidi Petrolio si allinea con la narrazione che impera ovunque e che lascia fuori tutto, la ricerca ufficiale, la comunità scientifica, i dati, le autorità sulla sicurezza alimentare ecc ecc. Tutti sospetti a parte qualche indagine non ufficiale (dodici bottiglie dodici analizzate dalla rivista Il Salvagente con sette molecole tutte al di sotto delle soglie di rischio) e l’immancabile ricercatore indipendente che risale la corrente e si schiera da solo contro tutti.

Ora, sarà che guardo il mondo indossando degli occhialoni con le lenti rosa, ma se un’intera comunità asserisce qualcosa, basandosi su dati solidi e numerose evidenze e ricerche, trovo difficile credere che tutti stiano sbagliando o che siano tutti mossi da interessi economici non dichiarati. E allora accanto alla dottoressa Belpoggi dell’Istituto Ramazzini di Bologna che ha svolto le sue ricerche indipendenti sul glifosate, sui pesticidi e sulle loro miscele, mi sarebbe piaciuto sentire anche un rappresentante della scienza ufficiale, dell’EFSA o dell’Istituto Superiore di Sanità ad esempio.

Insomma su prodotti fitosanitari e prodotti enologici chi ha visto la trasmissione potrebbe essere portato a pensare a un settore del tutto deregolamentato, dove chiunque fa un po’ cosa vuole, a suo buon cuore, e per fortuna che tra i viticoltori ci sono anche delle brave persone (poche purtroppo in provincia di Treviso a quanto dicono). E i produttori e pochi altri sanno invece che se esiste un settore stretto tra regole, leggi, controlli e vincoli questo è proprio quello del vino.

Cristiana Lauro
completa il quadro buttando là (sempre senza che qualcuno possa rispondere e chiarire) “Nel vino poi, nessuno ha mai proposto di mettere in etichetta gli ingredienti, non ci sono nemmeno gli allergeni!”

Ma come nessuno? Se ne parla da anni, c’è un Regolamento Europeo che impone le nuove regole per l’etichettatura anche per le bevande alcoliche, gruppi di lavoro, storie di deroghe e richieste respinte. E gli allergeni poi sono in etichetta dal 2012. Sigh.

Bene infine che si ridimensioni la retorica del vino rosso che fa bene e del paradosso francese ma anche lì le cose non stanno veramente come le hanno illustrate.
Il paradosso francese e le ricerche sul resveratrolo non sono frodi scientifiche come le ha definite il servizio. Il primo è un caso di cattiva scienza, l’applicazione della statistica di popolazione per arrivare a una conclusione forzata. Non è bello lo stesso, ma una frode è quando uno si inventa i dati di sana pianta. Ed è vero che qualcuno che lavorava a una ricerca sul resveratrolo, il professor Dipak Daas, ha fatto anche questo (una frode appunto), ma si tratta di una goccia in mezzo all’oceano. Le ricerche sul resveratrolo e sull’azione antiossidante delle molecole presenti nelle bucce delle uve rosse sono tantissime e sono ricerche serie con risultati affidabili. E a costo di essere autoreferenziale anche qui devo linkarmi di nuovo.

Il problema è che per consumare una dose fisiologicamente attiva di resveratrolo dovremmo consumare due litri di vino al giorno e il rischio legato all’alcol (uno studio di the Lancet ha dimostrato che non esistono dosi sicure o innocue di alcol) è ovviamente superiore al beneficio portato dall’assimilazione di antiossidanti.

Ora però se uno volesse forzare il discorso (ma non lo facciamo perché nessuno lo ha dimostrato) potrebbe dire che se dosi inferiori alle soglie di pericolosità delle molecole dei pesticidi devono essere ritenute comunque pericolose per la salute umana, magari anche dosi inferiori a quelle di efficacia fisiologica del resveratrolo potrebbero portare dei benefici. Ecco non è così, lo dice la scienza. Il resveratrolo è efficace se ne assumi una pillola. Il vino beviamolo perché ci piace.

Sei su scherzi a parte

E per concludere due perle di quelle che ti fanno saltare sulla sedia o che ti chiedi se sia tutto uno scherzo. La prima riguarda il più grande collezionista di vini del mondo: è cinese, si chiama Peter Tseng, ha fatto la sua fortuna con l’industria dei Sex Toys e afferma “ovunque si trovi un essere umano c’è un nostro prodotto”. Eh? Ho sentito bene? Siete avvertiti, aprire i cassetti in casa altrui, sia anche di vostra zia, potrebbe riservare qualche sorpresa.

La seconda è Cristiana Lauro che per chiudere la trasmissione insieme a Duilio Giammaria, alza il calice e brinda a Carlo Petrini. Ma perché? In tutta la trasmissione non si è proprio parlato né di Petrini, né di Slow Food, eppure… un brindisi non si nega a nessuno. Perché allora non farne uno anche a Papa Francesco o a Cristiano Ronaldo?!
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#6 Commenti

  • Luigi Ferretti

    Luigi Ferretti

    Complimenti Alessandra, grazie per l’articolo molto interessante e ben scritto.

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    #1
  • Marco Tortato

    Marco Tortato

    Tutto bene, ma... non trovo "magistrale" quanto detto dal bravissimo sommelier: "Il vino del futuro per me sarà un vino buono, che racconti di persone e di territorio, non necessariamente biologico o biodinamico, ma in grado di fare emozionare”. L'emozione (figlia tra l'altro delle ancor più nocive sensazionalizzazione e spettacolarizzazione)... quella che oggi tutti cercano di provocare, artisti, scrittori, musicisti, e ora anche vignaioli... la trovo, la peggior scusa per portare in basso il livello di comprensione di qualsivoglia prodotto. Chi devo emozionare? e con quale aspetto del mio vino? L'emozione delle masse non è quella che fa crescere il livello di qualità dei prodotti, purtroppo, l'emozione dei pochi che comprendono non aiuta le aziende e il mercato... per cui non trovate che "l'emozionarsi" sia un obiettivo fallace? La generica e banale emozione, è una di quelle panacee che la società moderna offre per gratificare chi non ci capisce nulla, costando poco e rendendo molto in termini di ritorno immediato. Ma... la trovo troppo effimera, e volubile per essere un obiettivo per uno dei settori produttivi più importanti del made in Italy. Una volta si cercava l'eccellenza... ma oggi cercare di essere eccellenti non va bene?

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    #2
  • Filippo Ronco

    Filippo Ronco

    Infatti mi pare solo uno degli aspetti di cui ha parlato, prima ha parlato di vini buoni che parlino di persone e di territori. Comunque non riesco a immaginare di potermi entusiasmare per un vino che non è in grado di emozionarmi, sarebbe una contraddizione in termini se ciò fosse possibile.

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    #3
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Marco Tortato anche parlare di eccellenza non ci esime dal parlare di emozioni. I neuroscienziati dicono che "non siamo macchine pensanti che si emozionano ma esseri emotivi che pensano". Scindere la nostra valutazione (che concordo con te deve essere di correttezza e piacevolezza) dalla capacità di suscitare emozioni ci è molto molto difficile. Possiamo farlo con un lungo e faticoso lavoro di addestramento (nei panel di analisi sensoriale si fa) ma non si può pensare che lo faccia un consumatore.

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    #4
  • Marco Tortato

    Marco Tortato

    Sono d'accordo sia con Filippo, sia con Alessandra, ma... se l'emozione è il punto di partenza, come gestiamo ciò che non ci emoziona? Lo etichettiamo come non valido, a prescindere? E... l'emozione di un esperto enologo, è la stessa del consumatore citato da Alessandra? Quindi se la signora Pina (come esempi di consumatore medio) è emozionata dal Tavernello, dobbiamo considerare il Tavernello ciò a cui l'industria del vino deve puntare? Ho come l'impressione, che parlare di emozione, banalizzi e appiattisca tutto... Invece, parlare di valori a cui aspirare per suscitare emozione, forse sia più corretto... perchè il valore rimane, è immutabile e caratterizza il prodotto e il suo target, che sia di alta o di bassa fascia, l'emozione invece è volubile e dipende da troppi fattori, anche esterni... se oggi ho una brutta giornata, magari quel prodotto di grande valore non mi emoziona, se lo avessi provato in altra circostanza invece sarebbe stato grandioso. Qualcuno addirittura può essere emozionato anche solo dal valore economico di un prodotto, e quindi essere suggestionato da quello... è questa la via a cui stiamo puntando?

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    #5
  • Luigi Ferretti

    Luigi Ferretti

    Produrre e vendere prodotti (e vini) pensando di emozionare il consumatore è uno dei “must” del marketing moderno.
    Personalmente, trovo che sia un’assurdità pericolosa, che troppo spesso conduce il consumatore medio verso aspettative fallaci.

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    #6

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