I Villani, un film di Daniele De Michele

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I Villani, un film di Daniele De Michele

Viene voglia di mollare tutto e andarsene sui monti del Trentino o del Beneventano, di perdersi tra i borghi siciliani che sembrano quelli di cent’anni fa o nel mare liscio come una tavola del golfo di Taranto.
Viene voglia di sporcarsi le scarpe e le mani di terra, di alzare gli occhi dagli schermi su cui siamo sempre chini, ipnotizzati, di tornare a guardare l’orizzonte. Viene voglia di affondare il cucchiaio nella ricotta calda appena scolata o nelle tagliatelle al ragù di cui abbiamo visto ogni passaggio, di addentare una cozza cruda appena tirata su dal mare o di bere dalla bottiglia la passata di pomodoro “illegale”, ma che sembra contenere dentro tutto l’amore del mondo.

Viene voglia di tornare indietro, al modo in cui si viveva una volta, a guardare I Villani, il primo lungometraggio di Daniele De Michele presentato alla Giornata degli Autori della 75° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia meritandosi la menzione speciale Fedic-Il Giornale del Cibo, assegnata “all’opera che ha proposto la scena più significativa legata al cibo e all’alimentazione”.

Ma solo per poco; perché i quattro “villani” – nell’accezione originaria del termine, dal latino tardo villanus, che indica coloro che vivono in campagna – protagonisti del film, che la cinepresa segue in una giornata tipo dall’alba al tramonto tra riflessioni, sudore e momenti più intimi e familiari, non sono dipinti come eroi senza macchia né tanto meno come salvifici anti-eroi, antagonisti a tutti i costi della modernità.

Sono, piuttosto, persone che hanno fatto un loro percorso, che si sono scontrate con fallimenti e difficoltà, che in qualche caso hanno provato a fare anche loro una vita “normale” – simile, cioè, a quella che fa la gran parte di noi, con qualche comodità in più, tanti grattacapi e spesso con quel sottile filo d’insoddisfazione così difficile da mandare via – ma poi hanno capito che il loro posto era lì: in campagna, in mezzo al mare che non è sempre così liscio o nei campi montani, in cucina o nelle stalle.

Così c’è Modesto Silvestri, allevatore e casaro del Beneventano che ha abbandonato gli allevamenti intensivi e ogni tanto si sente un po’ come Don Chisciotte contro le pale a vento; c’è Totò Fundarò, contadino siciliano che nei campi canta come i suoi avi e che si è messo contro pure la famiglia d’origine per non tradire i suoi principi e il futuro dei suoi figli, o almeno quello della loro salute. C’è Luigina Pieri, contadina e mamma, che se n’è tornata sui monti del Pasubio a coltivare e raccogliere erbe e frutta, ma non obbliga i figli a fare la sua stessa scelta. E ci sono Santino e Michele Galasso, pescatori e allevatori di cozze tarantini, che non rinunciano a vedere la poesia quotidiana in un lavoro duro e incerto – anche perché chi esce in mare ogni mattina sa che c’è la possibilità di non fare ritorno – e che non ha futuro.

Sono sempre uguali i loro gesti, dalle Alpi agli Appennini, giorno dopo giorno, e sempre diversi come i prodotti che escono fuori dalle logiche seriali; un po’ imperfetti ma veri. Eppure è innegabile il fascino seducente delle albe e dei tramonti, del mare e delle cime immortalate da Daniele De Michele, d’una bellezza quasi struggente e pericolosamente ammaliante.

I suoi villani sono raccontati senza autocelebrazione però, né commiserazione. Piuttosto con la consapevolezza che non c’è un modo giusto di vivere, o almeno uno che valga per forza per tutti, ma ci sono senza dubbio alcuni modi che sono più sbagliati di altri, e ci sono errori che portano a conseguenze quasi irreversibili: le epidemie delle vacche, il depauperamento dei fondali, l’abbandono dei paesi.
Non si tratta, però, di un’elegia passatista, anzi. Come dice Totò sul suo trattore, “Chi cazzo l’ha detto di tornare al passato? Noi siamo nel presente, però (…) non è che si può guardare al futuro senza conoscere il passato”.

E quando si scopre che la voce narrante, stanca e saggia, disillusa e priva di retorica, è quella di Lino Maga, vignaiolo contadino d’Oltrepò ormai leggendario per i suoi vini e la sua storia, tutto acquista ancora più senso.

Realizzato con la co-sceneggiatura di Andrea Segre – e prodotto da Malìa con Rai Cinema e la sponsorizzazione di Unipol Banca e una serie di sostenitori morali e materiali – il lungometraggio nasce da un’idea covata a lungo da Daniele De Michele, economista salentino che per l’occasione smette (almeno provvisoriamente) i panni un po’ clowneschi di Don Pasta – il suo alter ego dj, scrittore, cuoco da palcoscenico, cantastorie, appassionato di musica ma sempre portatore di un’etica precisa e coerente – e diventa “grande”, mettendo faccia e nome a difesa della terra.

Io, che Daniele l’ho conosciuto tanti anni fa in un teatro dove portava per la prima volta il suo libro-spettacolo-performance Food Sound System e che poi da lettrice, spettatrice e intervistatrice ne sono diventata amica – apprezzandone sempre di più le qualità personali oltre che professionali, e quell’autenticità quasi ineluttabile che lo rende più vicino ai villani che alla gente di spettacolo – ho avuto la fortuna di seguire lo sviluppo di quest’idea quasi dai suoi prodromi, vedendo il balenio d’entusiasmo negli occhi di Don Pasta davanti ai racconti-ricette degli anziani di Roma – raccolti e catalogati come specie in estinzione – e la rabbia davanti al lento e inesorabile scomparire di mestieri, prodotti e tradizioni, invidiando i suoi viaggi assurdi ed entusiasmanti (documentati sui social) alla ricerca di contadini e artigiani veri, oltre le etichette.

E l’ho vista – grazie alla sua voglia di condivisione e confronto – prendere forma prima come opera post-punk, poi come narrazione partecipata e infine come racconto compiuto, disincantato, pieno d’affetto verso chi è capace di restare – o tornare – coerente con le proprie idee anche quando sa che, in un modo o nell’altro, sono destinate a essere perdenti. A meno che, forse, non si faccia tutti qualcosa.

Non mi resta, allora, che dire “bravo” a Daniele e consigliare a tutti di andarlo a vedere, I Villani, nelle sale dal 16 novembre.


In apertura, la locandina del film; altre foto nell'album I Villani (fonte ufficio stampa) 
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