Rimettere in primo piano il contadino: si, ma come?

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Rimettere in primo piano il contadino: si, ma come?
Lo scorso lunedì 5 novembre l’Associazione Viticoltori del Carso - Društvo Vinogradnikov Krasa ha organizzato un convegno con relatore Carlo Petrini, fondatore di Slow Food (per i pochi che non lo conoscessero), dal titolo “Gli eccessi del sistema agroalimentare: come rimettere in primo piano il contadino, custode di tradizioni, ambiente e territorio”.

Appuntamento al quale non potevo mancare due motivi:

- il primo è che, pur occupandomi di agroalimentare da sempre, non avevo ancora mai ascoltato Petrini di persona e qui va segnalato il dinamismo dell’Associazione Viticoltori del Carso per essere riuscita a portarlo al Duino;

- il secondo era la curiosità di sentirlo parlare di un argomento “vicino” a quello del convegno che ho organizzato durante il Vinitaly 2012 dal titolo “Il vino si fa con l’uva: valorizzare il viticoltore per valorizzare il vino italiano”.

Il tema centrale dell’intervento di Petrini è stato il cambiamento climatico e le sue conseguenze a livello globale in termini sociali, per i cambiamenti agricoli che comporta.

Detto in estremissima sintesi nelle fasce di clima temperati sta avvenendo una tropicalizzazione del clima per cui qualcosa si perde e qualcosa si guadagna (es. in Alta Langa la vite sostituisce i noccioli), mentre nei climi tropicali si perde e basta per effetto della desertificazione. Da cui deriva, tra le altre cose, la spinta migratoria di popolazioni che, pur contribuendo in misura minima o nulla al cambiamento climatico, ne pagano il prezzo più alto perché rende sostanzialmente insostenibile continuare a vivere nella loro terra.

Per invertire la tendenza, o quanto meno ridurla, Petrini vede necessario partire dai comportamenti individuali di ognuno anche e soprattutto in ambito alimentare, considerando che il sistema agroalimentare determina il 34% dell’emissione complessiva di CO2. Comportamenti individuali che, anche qui in estremissima sintesi, nei paesi industrializzati vanno modificati nella direzione della parsimonia/morigeratezza e del localismo.

Il problema dell’olio di palma non è che sia un prodotto intrinsecamente “cattivo” per l’ambiente, ma lo diventa nel momento in cui la dimensione della domanda è tale da portare al disboscamento delle foreste. Non bisogna quindi rinunciare del tutto alla carne, ma bisogna ridurne il consumo di almeno il 50% (il consumo di carne in Italia negli anni ’50 del novecento era di 18 kg/pro capite, mentre oggi siamo a 90). E bisogna rafforzare / favorire il consumo di prodotti locali, sia perché hanno un minor impatto ambientale, sia perché permettono di sostenere economicamente la comunità.

Rispetto all’economia globalizzata, l’economia locale è trasparente per definizione perché si basa sulla conoscenza diretta tra le persone produttori e consumatori.

Confesso che l’intervento di Petrini non mi è piaciuto.

Non tanto nelle analisi, quanto nelle soluzioni che, continuando a sintetizzare al massimo, mi sembrano basate guardando ad un mondo che non c’è più e non ritornerà. Indipendentemente dal fatto che fosse meglio o peggio. Che poi è una domanda senza senso. Meglio o peggio per chi e per cosa? Faccio questa considerazione solo per completezza e correttezza, perché è evidente il nullo interesse al mio gradimento o meno della relazione di Petrini.

Torno quindi alla domanda posta dal titolo del convegno su come rimettere in primo piano il contadino (viticoltore), perché rimasta sostanzialmente irrisolta e provo a dare degli spunti di risposta.


L’evoluzione del settore del vino italiano negli ultimi 10 anni è stata determinata dai viticoltori.


Si tratta di un fenomeno di cui c’è forse troppa poca coscienza anche da parte degli stessi viticoltori. Eppure è evidente che il recupero e dei vitigni autoctoni e delle pratiche tradizionali/ancestrali e l’attenzione verso tecniche di vigneto e cantina più “naturali” in senso ampio stanno caratterizzando il modus operandi del sistema vitivinicolo italiano a tutti i livelli, coinvolgendo anche le cantine più grandi. Altrettanto palese che queste tendenze sono nate dalle scelte fatte da tanti singoli viticoltori per convinzione personale, prima ancora che per valutazioni tecniche o economiche.

Malgrado anche a livello istituzionale la frammentazione della produzione agricola sia sempre stata vista come uno svantaggio competitivo, in realtà i viticoltori italiani stanno definendo i fattori di successo del vino italiano sui mercati. Questo perché le persone-consumatori si sono interessate, premiandole, alle loro proposte di identità territoriale e personale. Detto in altre parole, rendiamoci conto che i viticoltori si stanno mettendo in primo piano da soli e partiamo da qui.


Il viticoltore deve mantenere la propria autonomia economica ed imprenditoriale.


Non amo molto il termine “custode” perché mi dà sempre un che di museale. Giusto tener conto del ruolo più ampio che il viticoltore svolge in termini di gestione dell’ambiente e del territorio (poi ci torno), ma la viticoltura deve (poter) essere un’attività economicamente sostenibile. Questo per permettere al viticoltore di esprimere autonomamente le proprie scelte e la propria visione al di là della passione o della tradizione familiare.

Una visione hobbystica della viticultura è estremamente rischiosa perché difficilmente riesce a perdurare nel tempo. Una visione del viticoltore in mero custode è rischiosa perché può portare a bloccarne l’attività all’interno dei confini di una tradizione intesa come conservazione dell’esistente. Ed i viticoltori del Carso conoscono molto bene il problema perché con-vivono ogni giorno con tutti i vincoli imposti nel territorio in cui operano


La tradizione non significa immobilismo


La definizione di tradizione in antropologia secondo Wikipedia recita “In antropologia la tradizione è l'insieme degli usi e costumi, e dei valori collegati che ogni generazione, dopo aver appreso, conservato, modificato dalla precedente, trasmette alle generazioni successive”. Il grassetto l’ho aggiunto io. Concetto esemplificato benissimo da Petrini quando ha esortato i viticoltori del Carso a non rimpiangere il terrano che facevano i loro nonni ed i loro padri, di tannicità oggi inconcepibile, rispetto a quello, buono, che fanno loro. Che poi ai tempi dei nonni e dei padri chi beveva il terrano lo trovava buonissimo e se gli avessero dato da bere uno dei vini di oggi l’avrebbe trovato inconcepibilmente debole. Ma non mi metterò qui e adesso ad aprire una parentesi sull’evoluzione storica del concetto di qualità da fisso nel tempo e nello spazio a soggettivo.


La qualità non si fa, e men che meno si valorizza, per legge


Secondo me nel settore del vino italiano c’è una sopravalutazione dell’efficacia degli strumenti legislativi per la valorizzazione del vino. L’esempio più evidente è la corsa alle DOC, che è come se in ambito privato si pensasse che la semplice registrazione di un marchio bastasse a renderlo interessante per il mercato.

L’esistenza del marchio, collettivo o privato che sia, svolge solamente le due, importantissime, funzioni di riconoscibilità e protezione dalla concorrenza. In altre parole è uno strumento che aumenta l’efficacia delle attività che si realizzano. Senza attività rimane vuoto e serve a poco.

Giusto quindi richiedere degli strumenti legislativi che permettano ai viticoltori di lavorare al meglio, difendendoli in considerazione della loro dimensione più piccola e dei benefici che la loro presenza/attività porta alla società in generale. Però non bisogna dimenticarsi che l’iniziativa (economica) può superare carenze legislative, mentre difficilmente è vero il contrario.

Per questo spero che l’iniziativa coraggiosa di produrre Prosecco DOC sottozona Trieste presa un paio di anni fa da Andrej Bole contribuisca a portare alla DOCG del Prosecco e Prosekar Superiore di Trieste, ricordando(mi) che si tratta di un mezzo ed auspicando che nel frattempo proseguano le azioni per differenziarli e valorizzarli.
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