Temple Bar, Dublino

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Temple Bar, Dublino
Seduto al bancone c’è il ragazzone in t-shirt col fisico da rugbista che sotterra le ostriche di tabasco, mentre se la ride col barista.

In fondo a sinistra, l'hipster in camicia a scacchi e barba Autocad, e una coppia - a occhio e croce - di radicalveg.

Nel cortile interno invece c’è James (facciamo finta si chiami così), sulla cinquantina. E una cinquantina sono, a occhio e croce, i chili di troppo. La parlata rotonda e troncata dice irlandese doc, il farfuglio racconta qualche dente che manca.
Ma – un attimo! – non andate fuoristrada: le guance sono accese, ma il naso non è ipertrofico, e la patata in bocca non c’è (insomma ci siamo capiti).

James si avvicina fraternamente ad una coppia di ragazzi catalani, e si mette a parlare (se ho capito bene) dei propri problemi personali per un paio di minuti, come se si stesse confidando con l’amico del cuore che non vedeva da un anno.
Poi li saluta come si saluta l’amico del cuore che sta per trasferirsi in Tasmania, e continua a sorseggiare la pinta di Guinness.

Da solo.

Oddio: “solo” è un termine un tantino forzato qui, al Temple Bar, Dublino centro.
Anche alle 11,15 di una mattina qualunque di un giorno qualunque di fine ottobre.

L’aria, che a Dublino odora di burro fuso, patate bollite, crauti e cherosene, si mescola qui dentro al tipico odore di termosifone acceso, olio per legno e moquette.
Il Temple Bar a quest’ora è quasi vuoto, ci sono una ventina di persone, quasi tutte del posto.

Oddio: “vuoto” è un altro termine un tantino forzato, qui dentro.

Ovunque metti gli occhi – colori, sgabelli, le scritte sui muri, persino il pisciatoio del cesso, che è un blocco di ceramica unico, privo di scompartimenti, dove la fai insieme a tutti gli altri – ci sono vita, socialità, comunione.

Convivio.


Un milione di persone che emergono dai muri

Alle 11,15 di una mattina qualunque di un giorno qualunque di fine ottobre le persone, le passioni, le storie, le bevute notturne, emergono dai muri del Temple Bar come i festanti dai corridoi dell’Overlook Hotel, secondo la potente metafora kubrikiana.

Che in Kubrik era scabroso rituale di morte, qui invece è il contrario: vita.

[Nulla di spiritualistico: non sto parlando di essenze, ma di segni da interpretare. Non sono diventato uno stregone e non ho alcuna intenzione di mettermi a fare la carte: nessuna superstizione, ma una poderosa semiosi.]

Semplicemente (si fa per dire), il Temple Bar è uno di quei rari luoghi nei quali si sono sedimentati miriadi di segni produttori di significati.
Quella “stratificazione di significati che emergono in un luogo elettivo” della quale parlava Norberg-Schulz.

E che fanno del temple Bar autentica espressione del genius loci dublinese (spirito amichevole, condivisione, senso di comunità profondo, nostalgia e mitizzazione dell'immigrazione, ecc...).


Il linguaggio del Temple Bar

Diamo una occhiata al racconto del Temple Bar e dei suoi abitanti, provando ad abbozzare un quadrato semiotico.



Il Temple Bar (o forse tutti i Pub migliori, non lo so) racconta la dicotomia elitario/popolare, e quella solitario/conviviale.

E’ frequentato dal conviviale/elitario (il consumatore critico, il vegan, ecc…); dal solitario/elitario (l’hipster, ecc...); dal conviviale/popolare (il casalingo, il casareccio, il ragazzo che mangiava le ostriche, ecc…); e dal solitario/popolare (il nostalgico, il nostro amico James, ecc…)

Ancora più interessante notare un aspetto: cosa non c’è nel racconto del Temple Bar?


Temple Bar vs. Osteria italiana

Nel Temple Bar mancano del tutto alcuni sottotesti tipici delle osterie italiane, come la dicotomia naturale/culturale, e quella sacro/profano (date uno sguardo qui).

Soprattutto, non c’è nessuna antitesi apocalittico/integrato.

Probabilmente il Temple Bar, epitome di quelle Public House che da noi in Italia (e in tutto il mondo) conosciamo come Pub, è assimilabile all’osteria italiana del Dopoguerra, o forse a qualche bar attuale del Friuli: luoghi che esprimevano, ed esprimono, il genius loci, lo spirito del luogo che lascia tracce indelebili.


Tabù del superlfuo?

Un talento purtroppo sconosciuto alla maggioranza delle nuove osterie, che sono luoghi de-empatizzati, quasi a tradire una sorta di incomprensibile tabù del superfluo.

E se è vero che il vino ha più da raccontare della birra, è anche vero che deve reimparare alcuni linguaggi, in particolare quello del popolare e del conviviale, dalla birra.

Ma di questo proverò a parlare la prossima volta.


[immagine: wikipedia]


Coppock, Patric J., Genius Loci nello spazio terzo. La sacralità come processo culturale, E/C, 2008

Eco, Umberto, Apocalittici e Integrati, Bompiani, 1964

Floch Jaen-Marie, Diario di un bevitore di birra, in Landowski Eric, Fiorin José Luiz (a cura di), Gusti e Disgusti. Sociosemiotica del quotidiano, Testo&Immagine, 2000

Kubrik, Stanley, The Shining, Warner Bros, 1980

Marrone, Gianfranco, Gastromania, Bompiani, 2014

Norberg-Schulz, Christian, Genius loci. Paesaggio Ambiente Architettura, Electa, 1979

Quadrato semiotico dei wine-lovers, Squadrati, 2014

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