C'e' vino (naturale) in Spagna. La Perdida e Vinos Ambiz, per esempio

inserito da
C'e' vino (naturale) in Spagna. La Perdida e Vinos Ambiz, per esempio
Nella fenomenologia dell'incontro col vino, per dirla alla Perullo, si annoverano casi di avvicinamento delle più disparate tipologie. Curiosità galoppante da ardente passione, impellente necessità, sete - è proprio il caso di dire - di conoscenza, ma anche semplice fatalità.

Gioco, pure, come nel caso di Fabio Bartolomei, nato in Scozia da genitori di origini italiane, toscane per la precisione, che poi arriva, non so bene perché, in Spagna. "Più vino, meno traduzioni", dice lui per spiegare a grandi linee com'è andata con Vinos Ambiz, riferendosi a quella che era la sua principale attività prima di mettersi a fare vino in Castilla y León, più o meno clandestinamente e con esiti, a giudicare dalle poche bottiglie assaggiate, piuttosto sorprendenti.

Stupefacenti, forse, pure per i vigneron che ancora oggi gli conferiscono i pochi grappoli di villanueva da cui ottiene 300 bottiglie a malapena di un bianco fulminante per intensità e sregolatezza. A me ha evocato il ricordo dei ramoscelli di mimosa che andavamo a raccogliere direttamente dall’albero nel giardino sotto casa dei miei. Esuberante al pari di Alba 2017 (da uve albillo real), sempre in bilico tra amari e dolcezze, con un lato balsamico reso ancor più affascinante dalla volatile. Vini a sua immagine e somiglianza.

Diversa la storia di Nacho Gonzalez, che invece si appassiona al vino naturale dopo esservi stato introdotto, più o meno consapevolmente, da alcuni amici di bevute, sembrerebbe senza una diretta correlazione con gli studi di biologia. Se La Perdida esiste così com'è oggi è anche per rispondere a chi lo scherniva, ovvero i vignaioli confinanti, che consideravano le sue vigne in Galicia - e, più precisamente, nella Valdeorras - perdute, fottute, senza un futuro. I suoi vini sembrano riflettere un diverso modo di pensare, pur affine per certi versi a quello di Fabio Bartolomei, ma sono meno esuberanti, più misurati. Meno folli, se mi passate il termine.

Dei due che ho assaggiato, direi che il primo vino era decisamente il più irrequieto. Il Proscrito 2017 è un "bianco che non c'è più", nonostante l'ingannevole colore rosso scarico. Dopo anni di imposizioni ad impiantare nell'umida Galizia i vitigni del sud della Spagna, negli anni '80 il governo spagnolo fa retromarcia e vieta l'allevamento di alcune varietà e, tra queste, il palomino. Dalle piante di 35/40 anni non estirpate, Nacho ottiene questo vino arricchito, nel colore, da un piccolo saldo di garnacha tintorera o alicante. L'altro vino, invece, O Poulo Fillo da Pedra 2017, è un rosso a pieno titolo, ottenuto proprio da queste ultime uve, allevate a oltre 700 metri di altitudine: più compiuto ed equilibrato, succoso ed armonico.

Forse il preferito tra gli assaggi che ho fatto la settimana scorsa a Roma, durante una serata organizzata da Porthos a cui erano presenti sia Fabio che Nacho, accompagnati da Francesco Testa, che ha passato alcuni mesi di recente lì da loro. Su tutti, i vini di una piccola realtà, Microbodega del Alumbro e in particolare un bianco che dovrebbe chiamarsi Apideadro 2017. Nulla si legge sul sito e il motivo è semplice, come riporta puntualmente l'appassionato Francesco: il solito blend (godello e albillo real con altre uve che proprio non saprei dirvi adesso) è figlio di un'annata segnata da una grandinata poco prima della vendemmia, che ha costretto ad una raccolta anticipata dei grappoli, probabilmente non a piena maturazione. Questo, almeno, sembra suggerire il calice, in cui ti ritrovi una bevanda energizzante, un integratore che sa di pompelmo e mandarino, tonico e sottile, ma nemmeno poi tanto. Un bianco, in una parola, dissetante.

Insomma, c'è vino naturale da quelle parti, toccherà programmare una puntatina prima o poi.
  • condividi su Facebook
  • 398
  • 0
  • 3

#0 Commenti

inserisci un commento