La poetica agricola di Corrado Dottori in 3 bottiglie, quasi 4 (e non solo verdicchio).

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La poetica agricola di Corrado Dottori in 3 bottiglie, quasi 4 (e non solo verdicchio).
"Ai maestrini della matita rossa e blu farà storcere il naso e arricciare il sopracciglio", ma Corrado Dottori -così Giampaolo Gravina, nella prefazione a ”Non è il vino dell'enologo” (DeriveApprodi, 2012)- è innegabilmente “uno degli interpreti più ispirati dell'intero panorama del Verdicchio dei Castelli di Jesi”, ovvero uno tra i più grandi e longevi bianchi italiani.

La verticale della riserva Gli eremi, a cui ho partecipato la scorsa settimana a Roma, è stata l’occasione per riavvolgere il nastro delle 18 vendemmie sin qui passate e ritornare sui perché di una scelta di vita, prima ancora che di vino, condivisa con la compagna Valeria Bochi, classe 1972 anche lei. Un vero e proprio salto nel buio, nessuna fuga, piuttosto il desiderio di costruire qualcos'altro, da qualche altra parte.

Era il 1999 e tutto avvenne, manco a dirlo, davanti a un bicchiere di vino, in Francia. Pochi mesi dopo, Valeria e Corrado si trasferirono a Cupramontana, con l'urgenza di rendere abitabile, prima ancora che accogliente per gli altri, il vecchio casolare nella proprietà del nonno paterno, che aveva alle spalle una faticosa storia aziendale. La vigna c’era già, poco più di un ettaro in contrada San Michele che il papà di Corrado aveva fatto reimpiantare nel 1980. Bisognava, però, attrezzare la cantina, fin lì adatta soltanto alla produzione di vino sfuso, ma non all'imbottigliamento, e a questo servì la liquidazione dal lavoro in banca, iniziato appena dopo la laurea in economia. C'era, infine, da prendere una decisione, la prima cosa da fare -dicevano- se volevi metterti a fare vino: bisognava scegliere l'enologo e quello fu Sergio Paolucci, uno che il verdicchio lo conosceva bene. Con i preziosi consigli di Lucio Canestrari e Ampelio Bucci, si arrivò al primo imbottigliamento (2000), quindi cominciò il porta a porta nelle enoteche romane per vendere il vino, cosa affatto scontata per quegli anni che il Verdicchio non lo voleva nessuno. Il resto è storia recente: degli attuali 23 ettari, soltanto 7 sono a vigneto. L'obiettivo è fare un'agricoltura sana e, in particolare, produrre vini "naturali": "fuori la chimica, ma non la tecnica", che è cosa ben diversa.

Non vi parlerò di verdicchio, o almeno non soltanto, perché quelli che seguono sono assaggi di altri vini prodotti a La Distesa.

Il Meticcio 2017 è un rosato da uve bianche (trebbiano e verdicchio) e rosse (sangiovese e montepulciano), in percentuali che sconosco e che sinceramente mi interessano poco. L’idea è quella di un vino scarno, giocato sulla sottrazione, che fa solo acciaio. La volatile veicola e amplifica profumi e aromi agevolmente riconducibili all’amarena e al melograno, il finale è succoso e appena lievemente amarognolo. Quello che si direbbe un vino goloso e gioioso, da bere serenamente un po’ con tutti e su tutto. Quasi un evergreen, insomma.

Difficile non rimanere affascinato dal lato “dolce” del Nur 2009. Anche qui la volatile fa’ il suo e sono evidenti le sensazioni di zenzero e idrocarburo, che fanno capolino con profumi resinosi, tipo pino silvestre. Questa è la ricetta, per così dire, definitiva di un vino che è nato (2006) come verdicchio in purezza, pur se macerato, e si è poi trasformato in blend di prevalente verdicchio e trebbiano, fino a divenire uvaggio con prevalenza di quest’ultimo, insieme con la malvasia (e, ancora, verdicchio). Soprattutto è il vino che ha consegnato a Corrado una certezza: che Sergio Paolucci, Lucio Canestrari e Ampelio Bucci avevano ragione, il verdicchio non si presta a macerazioni prolungate (nel caso specifico, solo il 10-15% della massa e per non più di 2 settimane, comunque sempre meno delle altre varietà utilizzate).

Poi c’è Le Derive 2013, un rosso prodotto per la prima volta nel 2009 che arriva dalla stessa contrada San Michele e che è un blend di montepulciano (vendemmiato il 22 ottobre), sangiovese (raccolto a fine settembre) e vernaccia nera, tutte varietà allevate ad alberello. Al di là di qualche incertezza, quello nel calice è un rosso che guarda al mediterraneo e poi sembra salpare verso l’Oriente, quando si fanno più insistenti gli echi di cannella. Chiude lunghissimo, sulla frutta scura, il cacao e la liquirizia, la corteccia.

Ha fatto un certo effetto scoprire a bocce ferme che il primo vino assaggiato era, in realtà, uno sfuso (lo avevamo detto, no!? che non è un mondo per il vino sfuso) da damigiana di 5 litri, anno 2015. Le uve utilizzate sono tutte quelle delle successive pressature e non solo quelle dil verdicchio, ovviamente, ché c'è una buona quota di trebbiano. Qualche sbavatura, leggi pungenze e sbuffi alcolici, più che altro, ma ad averne di vini così goduriosi.
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