Dalla Summer of Love al riscaldamento globale. Il lungo viaggio dell'agricoltura biologica

inserito da
Dalla Summer of Love al riscaldamento globale. Il lungo viaggio dell'agricoltura biologica

We sit here stranded, though we're all doin' our best to deny it
Bob Dylan, Visions of Johanna

Stat Roma pristina nomine, nomina nuda tenemus
Bernardo Cluniacense

La Natura non esiste
Filosofo presocratico anonimo
 

Al concerto dei Grateful Dead

L’agricoltura biologica ha il sangue blu.
La data di nascita è il 20 aprile 1969, quando un gruppo di studenti dell’università di Berkeley, California, autonominatosi “Commissione Robin Hood”, occupò per protesta un appezzamento incolto adiacente alle aule, lo trasformò in un orto, e ci aprì accanto un banchetto di vendita diretta dei prodotti coltivati.
Alcuni di loro andarono addirittura a viverci, in quel campo, in tenda e sacco a pelo.
Quel terreno fu chiamato dagli occupanti “People’s Park”. E così si chiama tutt’ora.

Con chi ce l’avevano quei ragazzi di allora, espressione di quella sinistra radical statunitense che nella vicina San Francisco aveva affondato le radici appena due anni prima?
Quei ragazzi stavano reagendo all'ingresso nel settore agricolo di multinazionali che, dopo aver guadagnato miliardi di dollari producendo napalm per la guerra in Vietnam (e prima ancora DDT per la malaria), intendevano farmacolizzare l'intero ambiente agricolo: ovvero sacrificare l’intero sistema ecologico di un terreno al solo scopo di sfruttare al massimo una singola coltura.

Una visione dell'agricoltura - quella propugnata dalle multinazionali di allora - non solo insostenibile, ma addirittura scellerata: basata sulla convinzione che l'ambiente fosse qualcosa di estraneo all'uomo, da sfruttare e - infine - distruggere.
Una Natura alienizzata, alla quale la Commissione Robin Hood, che del movimento biologico fu il seme, oppose una visione olistica, organica (“biologico” in inglese è appunto “organic”), ereditata dalle culture dell’India per il tramite della New Age.

Una azione di disobbedienza civile attuata con il vento a sfavore: a cavallo tra i Sessanta e i Settanta le multinazionali godevano di un profondo consenso nell’opinione pubblica, perché il periodo storico era economicamente florido.
E per questo l’agricoltura biologica nacque attorniata da un sentimento di profonda diffidenza, e i suoi fautori furono visti dall’opinione pubblica come degli idealisti rompiscatole nemici del progresso.

Se però oggi diamo per scontato che l’ambiente sia un tutt’uno con noi stessi, il merito – o quantomeno la parte maggiore della torta – va dunque all’agricoltura biologica.

Un merito dunque innegabile, talmente gigantesco da essere addirittura difficile da quantificare.

E imperituro: anche oggi che il biologico è affare miliardario, ed è un settore nel quale convivono molte aziende di piccole dimensioni (e spesso di qualità eccelsa) e multinazionali che si comportano esattamente da multinazionali.


Una ontologia dell’origine

Chiaro che purtroppo non si vive solo di concerti di Grateful Dead, e ovviamente (o forse non tanto ovviamente: siamo convinti che molte persone non lo sappiano) anche l’agricoltura bio (che a livello di agrofarmaci è un sottoinsieme dell'agricoltura convenzionale: ovvero tutti i prodotti utilizzati nel biologico sono utilizzabili anche nel convenzionale) utilizza prodotti atti a proteggere le colture in produzione.

E quali sono questi prodotti utilizzati nell’agricoltura biologica?
Si tratta di prodotti non di sintesi (se preferite un termine neutro) o “naturali” (se preferite un termine empatico). Con un piccolo particolare: sono prodotti che – all’incirca – non sono meno inquinanti di quelli non autorizzati nel biologico.

E quali sono questi ultimi, ovvero i prodotti non utilizzati nell’agricoltura biologica?
Sono quelli di sintesi, e che vengono solitamente utilizzati nella agricoltura “ordinaria” (se preferite un termine neutro) o “scientifica” (se preferite un termine antipatico).
L'errore di fondo compiuto dal biologico fu dunque quello di distinguere i prodotti da utilizzare per difendere le colture in produzione (di sintesi, da una parte; non di sintesi, dall'altra) in base all'origine: una distinzione vuota da un punto di vista scientifico - anche se filosoficamente affascinante ed eticamente confortante (se non autoindulgente).

Non solo: anni di prove ed esperimenti hanno mostrato che i prodotti da agricoltura biologica non sono più salubri, né più nutrienti degli altri. E poi l’agricoltura biologica è costosa, quindi difficilmente sostenibile su larga scala.

Dopo cinquanta anni è dunque il caso di ripensare il biologico, e guardare con maggiore speranze alla lotta integrata e - limitatamente alla viticoltura, che purtroppo è una forma di agricoltura altamente inquinante - ai vitigni resistenti?

Un attimo, perché la questione è più complicata di Guerra e Pace.


Produzione & consumo, faccia a faccia

Anzitutto, se è vero che i prodotti non di sintesi sono inquinanti, questo non vuol dire che quelli di sintesi non lo siano. Anzi. E poi l’agricoltura biologica non è mica stregoneria, né astrologia, né omeopatia.
Sostenere che non sia la panacea per tutti i mali non vuol dire che non possegga una indiscutibile legittimità pratica, e una altrettanto indiscutibile  legittimazione scientifica.
Tuttavia, ciò che la rende amata da una fascia di acquirenti amplissima quanto trasversale è altro.

L’agricoltura biologica ha saputo avvicinare il mondo del consumo e quello della produzione, con le mostre mercato, i gruppi di acquisto solidali (GAS), eccetera.

Ed è un settore che è stato capace anche di parlare ai nativi digitali, prendendo a prestito alcuni linguaggi del mondo delle birre artigianali (le presentazioni Hipster, l’abbigliamento country-chic, ecc…) e degli anni Settanta (il sospetto per tutto ciò che è istituzionale, l’utilizzo di fabbricati dismessi e fabbriche in disuso come location, l’idea di clandestinità, ecc…).

Ma c’è dell’altro. Molto altro.


Il Grande Racconto del Biologico

Il biologico è il settore dell’agroalimentare che - per abissale distacco - possiede il più efficace storytelling.

La trama è quella del piccolo produttore eroe che propugna il ritorno alle origini, combattendo il grande produttore e il Sistema, cinico e corrotto.

La scenografia è una natura pre-culturalizzata (dunque una non natura, come avrebbe detto Lévi Strauss).

Ed è qui che risiede la capacità di parlare al mondo salutista, che è il connubio che ha costituito la svolta commerciale per un settore - il biologico - che fino a metà anni Novanta era una nicchia scarsamente remunerativa: non più prodotto per una cerchia ristretta di convinti vegetariani o di strenui difensori dell’agricoltura tradizionale, ma bene ricercato da strati sempre più ampi di consumatori.

Dalle mamme apprensive agli amanti dell’etnico, dai new hippies ai neofiti dell’ecologico, i quali, per quanto diversi tra loro, hanno in comune la fiducia nella natura, il desiderio di ritornarvi, l’esigenza di rispettarla.


Negare e presupporre. Retoriche dell'insinuazione

Il mondo biologico è il racconto della negazione di tutto ciò che è artificiale, industriale, manipolato.
Laddove i prodotti chimici scompaiono, la macchina viene utilizzata meno, i conservanti non vengono aggiunti, i terreni non sono sfruttati all’inverosimile, i lieviti non sono aggiunti, gli ogm sono banditi, i vini non imbottigliati, ecco che ri-appare la natura.

“Solo con olio extravergine di oliva 100%”, “Solo con zuccheri della frutta e del miele”, “Senza pectina aggiunta”, “Made by hand”, “Dall’albero al vetro”, “Senza lieviti aggiunti”, “Senza solforosa aggiunta”: sono alcune delle frasi che campeggiano bene in vista sui prodotti da agricoltura biologica e pongono l’accento, di volta in volta, su una caratteristica del processo produttivo.

Pur essendo certamente differenti tra loro, queste sintetiche stringhe sono accomunate dal fatto di evidenziare, in maniera più o meno immediata, qualcosa che quel prodotto non possiede o qualcosa che non è stato messo in atto nel corso della sua creazione.

Significa alludere a processi produttivi che invece fanno uso di altri tipi di elementi e da cui si intende chiaramente prendere le distanze: come a dire “noi certe cose non le facciamo”.

Tendenzialmente, dunque, “ci troviamo di fronte a testi che procedono per continue negazioni, più o meno esplicite, più o meno realizzate, ma sempre presenti quanto meno a livello virtuale: non-modernità, non-tecnologia, non-industria, non-globalizzazione, in certi casi anche non-branding, e così via.
Si delineano, così, per contraccolpo, le forme di qualcosa come un presupposto mercato industriale da cui le marche del biologico si distanziano (ma senza il quale non esisterebbero!), retto dalle logiche dei termini positivi (modernità, tecnologia, industria, globalizzazione, branding)”, scrive Ilaria Ventura.

Da cui discendono tutte le estetiche del brutto come legittimazione di procedure deculturalizzate.


Tentativo di de-culturalizzazione o àncora di salvezza?

Nel duro (e imperdibile) Addio alla Natura, Gianfranco Marrone denuncia la visione disarmante di natura che soggiace al discorso biologico: una naturalità priva di fondamento antropologico e ontologico, discorso di potere atto a deculturalizzare l’agricolo.

Si ripensi alla negazione della tecnologia, dell’industria, dei protocolli accertati, eccetera di cui parlavamo poche righe fa, o anche all’inquietante piega antiscientifica che ormai presidia una parte considerevole del settore.

Un alibi, per dirla con Max Weber, che crea false coscienze, un sistema di buone intenzioni  - produco bio, e se dunque i ghiacciai si estinguono non è responsabilità mia - che paradossalmente può legittimare discorsi di potere?

Forse. O forse no.


Non solo il colorante nelle salsicce. Il riscaldamento globale, ad esempio

Giusto pochi giorni fa Francesco Paolo Valentini - che oltre ad essere uno dei maggiori produttori di vino ed extravergine d'Italia è una sorta di riferimento esterno (l'azienda Valentini non è certificata bio) del biologico e dei protocolli agricoli alternativi - ha detto che il bio può essere addirittura controproducente nella lotta al riscaldamento globale.

Però è proprio di oggi la notizia che abbiamo solo 20 anni per salvare il pianeta.

Il pianeta? E non noi stessi?

Una roba da far sobbalzare - ovunque si trovino adesso - gli ex ragazzi della Commissione Robin Hood.


(Un ringraziamento al dott. Maurizio Gily, agronomo, per aver letto l'articolo pre-pubblicazione, e al prof. Michele Antonio Fino per alcuni rilievi evidenziati)

[foto: Robert Altman via Sonoma Magazine]



Belpoliti, Marco; Farinelli, Franco, Gianfranco Marrone. Addio alla Natura, Doppiozero, 05/07/2011

Cattaneo, Elena, L’agricoltura bio e i suoi pesticidi, Il Messaggero, 27/11/2018

Eco, Umberto, Trattato di semiotica generale, Bompiani, Milano, 1975

Giorleo, Chiara, L’autorevole paradosso di Francesco Paolo Valentini: intervista sul cambiamento climatico, Chiara Giorleo, 15/11/2018

International Federation of Organic Agriculture Movementes, Principles of organic agriculture

Marrone, Gianfranco, Addio alla Natura, Einaudi, 2011

Pollan, Michael, Il dilemma dell’onnivoro, Adelphi, 2006

Ventura, Ilaria, Nature in vendita. Il packaging dei prodotti biologici, Eiss, 27/04/2012

Wassermann, Abby, Summer of Love: Two Sonoma Communes’ Psychedelic Rise and Fall, Sonoma Magazine

Weber, Max, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Rizzoli, 1991

 

  • condividi su Facebook
  • 608
  • 0
  • 2

#0 Commenti

inserisci un commento