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A caccia di vini buoni, tra hype, ricerca e bevitori di etichette

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A caccia di vini buoni, tra hype, ricerca e bevitori di etichette
Post impopolare, indossare gli appositi elmetti protettivi.

E' altissima nel mondo del vino la sovrastima di prodotti (e produttori) generata dall'hype.
Avete presente quella sensazione di euforia e trasporto che, specialmente in occasioni conviviali, meglio se a buon tasso alcolico, ci porta a seguire un'onda emozionale, una corrente, accreditando questo o quel produttore in base all'hype creatosi attorno a lui in un certo momento? Chissà se avviene lo stesso nel mondo birrofilo, la sensazione è che sia un fenomeno condiviso.

E' una cosa molto frequente, capita offline, alle fiere per esempio, quando si va tutti in branco al tale banchetto o ci si ferma da tizio di cui "ho sentito tanto parlare" dove c'è il capannello di gente oppure e anche più spesso, nelle conversazioni online, dove l'arte del mettersi in mezzo, dello scrivere e dell'esserci (la quantità di gruppi dedicati su facebook non si contano) meglio se con commenti salaci, può rappresentare la differenza tra lo star dentro o lo star fuori dallo tsunami dell'hype. Intendiamoci, è una roba a tratti anche divertente, se ti fai una giornata in alcuni gruppi tra i circoli radical dove vale tutto e dove la gazzarra è il pane quotidiano c'è da farsi del buon ridere, la gara in genere è a chi la spara più grossa, più estremizzi più l'hype verticalizza bene infatti.

Questo flagello tocca un po' tutte le tipologie, non solo il mondo dei vini naturali ma è proprio lì che trova la massima concentrazione.

Parentesi: l'hype investe anche le aziende fuori dal circolo nat-qualcosa se sanno stare adeguatamente "nelle conversazioni" e lo ritrovi, in modo leggermente diverso, anche nella sovraesposizione quasi maniacale di taluni brand generata da parte dei c.d. "bevitori di etichette", avete presente quelli che solo Champagne millesimato o Romanée anche a colazione? Ecco. Ne ha scritto, con la solita matita appuntita, Angelo Peretti su Internet Gourmet partendo dalla riflessione di Andrew Jefford su Decanter, "Are you a label drinker?" ma appunto, era una parentesi.

Basta una foto scarcagnata, due superlativi frusti e una dozzina di hashtag e si tirano su facile facile schiere di occhi curiosi tra i più e meno esperti. Basta pochissimo perché un mediocre produttore (parlo del lato delle skills tecniche, non certo della persona) che magari su 4 vini che fa ne ha 3 oggettivamente imbevibili per evidenti difetti macroscopici sia portato comunque in palmo di mano magari solo perché se ne parla in continuazione o è un tipo simpatico o sa stare nel "giro". Capite che se funziona, dura poco.

Il mio punto di vista sulla faccenda è che finché a scegliere un vino e a berlo è l'appassionato la regola aurea è che quello che piace a te va sempre bene: lo scegli, lo paghi e te lo bevi, ci mancherebbe. Il problema si può porre altrove, nella filiera professionale per esempio se, talvolta senza nemmeno assaggiare prima (!), alcuni soggetti come mi è capitato di osservare si basano esclusivamente sull'hype attorno a questo o a quel produttore per prenderlo a bordo nel proprio listino e promuoverne le bottiglie: del tipo, oh, ne parlano tutti, sarà buono, venderà. Qualche volta ti va anche bene eh e magari peschi giusto ma tante volte può andarti molto male se non conosci quello che stai facendo e ancora peggio andrà per chi berrà quelle bottiglie.

Credete, è molto diffusa questa cosa, attività che magari aprono e chiudono nell'arco di pochi mesi certo ma a fare selezione puntando il dito alla "stupido picchio" di simpsoniana memoria - o per sentito dire - è il minimo che può succedere. Il problema è che in questo modo si genera un mucchio di fuffa che si spande in lungo e in largo, investe tutto e incasina tutto, non c'è più niente di chiaro, nessun punto fermo, perché grazie all'hype di momento vale tutto e quello che fino a ieri era chiaramente un prodotto con un problema, da rivedere quanto meno, a un tratto può diventare una peculiarità distintiva e irrinunciabile. Magari un pregio se non addirittura un prodotto irrinunciabile.

C'è un altro aspetto. Vedo sempre gli stessi produttori alle stesse fiere con un costante e progressivo aumento dell'hype sempre sulle stesse cose (per altro molte anche pregevoli eh!) ma pochissima ricerca. Una delle poche fiere dove c'è un gran numero di aziende poco o meno conosciute e tutte da scoprire è FIVI. Nessuna ricerca, nessuna selezione qualitativa - non è tra gli obiettivi dell'associazione - ma ti garantisce sulla dimensione artigianale del prodotto e l'autonomia del ciclo produttivo che pare poco ma è già moltissimo. Certo, anche partire da quell'utile scrematura non è un gioco da ragazzi, considerata la mole di aziende è richiesto comunque un grandissimo lavoro di cesello per portare a casa qualcosa di buono.

Quello che manca davvero, l'oro enoico del terzo millennio, sono infatti i selezionatori di professione.
Ne ho conosciuti pochi fin qui, li conto sulle dita di una sola mano e pur assaggiando professionalmente da oltre 20 anni non sono bravo nemmeno la metà di quelli con cui assaggio (che hanno almeno il doppio della mia esperienza) e con i quali provo a produrre un catalogo degno di nota.

E' un'esperienza in continuo divenire, devi aggiornarti costantemente.
Selezionare è difficile oltre che faticoso, serve un'idea di base di quello che stai cercando, bisogna prendere la cosa molto sul serio, gli assaggi si mettono lì uno dietro l'altro, senza pregiudizi di sorta, senza preconcetti. Si versa nel calice e si lascia parlare il bicchiere. Poi ti prendi le tue responsabilità, sia quando dici si, sia quando dici no. Sbagliano anche i migliori eh, qualche volta si scambia la personalità per difetto (ma quanto avviene spesso anche il contrario!) e qualche altra ti fai rapire da qualcosa che lì per lì pare unico ma che poi alla distanza si rivela irripetibile, errori di percorso, farina che entra in zucca.

L'esercizio tecnico, a tratti estenuante quando ti trovi davanti a batterie di decine e decine di vini, del mettersi lì ad assaggiare uno per uno i campioni, in modo serio, laico, con quell'apertura mentale che ti consenta di andare da un supernatuaral a un convenzionale che magari usa molte attenzioni ma non è certificato (o autocertificato), con la stessa predisposizione genuina e misurata, ricercando solo il bello e il buono per gli altri (che il giusto è roba del Padreterno), è il grande lavoro e l'utilità del selezionatore.

Quanto di più lontano esista dal farsi guidare dall'hype, spesso anche molto meno divertente, diciamolo.

Sarebbe un errore credere che sia una cosa sempre piacevole: "ah, che bel lavoro che hai tu che assaggi i vini". La maggior parte di quello che passa sotto al naso purtroppo è rappresentata da vini standard, spesso senz'anima e personalità, oppure vini con grande personalità ma abbandonati a se stessi con devianze improponibili per la proposta ad un mercato che si possa definire tale, o ancora scimmiottamenti mal riusciti di chi, avendo invece un manico pazzesco, riesce ad intervenire pochissimo tirando fuori magie dal cilindro. Pochissimi.

Al di là dell'enormità di tempo che richiede fare queste cose per bene, serve la massima responsabilità, serve soprattutto grande rispetto. Qualche volta lo perdi, il tempo, qualche volta torni a casa con un tesoro in mano e con una grande soddisfazione.
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#2 Commenti

  • Alessandro Zingoni

    Alessandro Zingoni

    Condivido e dico anch'io che è un lungo percorso arrivare alla responsabilità della materia, la dico così, e come nella vita un background familiare, una buona tavola e consumare vino a casa può aiutare a comprendere prima che non è l'etichetta che fa il vino ma sono altri fattori come in primis chi lo produce, assolutamente, che va conosciuto e visto all'opera nel suo ambiente.
    Mi definisco ancora oggi un appassionato, che sceglie, paga e beve, e ha tutto il diritto di dire la sua. Certo ho ricordi di wine-label-enthusiat quando ancora, lungi dal pensare di fare un corso di sommelier, e ancora al terzo livello, i vini mi piacevano tutti tutti!, anche quelli dal sapore_odore di pomodoro marcio! :))

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    #1
  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Caro Fil, è un mondo bizzarro la fuori. Non è per nulla semplice mantenere la rotta e sono più che certo che la sperimentazione continua debba andare di pari passo con l'esperienza e la conoscenza. Altrimenti ci si affida alla probabilità, alla fortuna o al caso..

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    #2

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