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Ritmo vs senso di fusione, i macerati tra legno e anfora

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Ritmo vs senso di fusione, i macerati tra legno e anfora
Da Supergeorgian a vini di territorio

Da Supergeorgian a vini di territorio il passo è stato breve?

Non direi, visto che da noi in Italia sono occorsi più o meno dieci anni.
Ma non poteva essere facile, nemmeno per i produttori del più alto livello, modellare una tecnica di produzione inedita per i vini bianchi, quella della macerazione sulle bucce (anche se ultrasecolare), in territori inesplorati.

Tutti ricordiamo l’ubriacatura mediatica dei Duemila, quando i macerati divennero il Vino Autentico che ci avrebbe salvato dalla Grande Industria, discorso che intersecò il grande racconto dei Vini Veri, e i nuovi appassionati vissero un innamoramento come forse mai mi era capitato di vedere nel settore.

Un periodo nel quale i produttori migliori, e soprattutto quelli più ragionevoli, non si sono fermati a raccogliere gli applausi, ma hanno continuato a lavorare.
Con risultati adesso a volte notevoli.

Uno dei risultati delle sperimentazioni più chiari è che i vitigni bianchi non molto profumati e non molto acidi possono trarre particolare giovamento da una vinificazione in rosso: cosa che spiega la popolarità della tecnica nel Collio, ad esempio, zona di bianchi corposi e facilmente leggibili.
Vi sembra strano, visto che siamo in nord Italia?

Lecito dubbio, ma strano non è: l’Adriatico è vicino, cosa che spiega la struttura e l’acidità mediterranee dei vini.
Senza dimenticare l’influenza dei terreni di origine marina, le famose ponke, di matrice argillosa, che restituiscono calore nelle ore notturne.
Qui sul Collio, per la precisione a San Floriano, la famiglia Paraschos (che tradisce nel nome l’origine greca e si dedica da inizio Duemila alla vinicoltura) sembra aver raggiunto uno dei risultati più interessanti mai assaggiati in Italia.


Ritmo vs senso di fusione

Mi riferisco al Venezia Giulia Bianco Kαί 2013, da uve friulano, che è stato macerato per soli 2 giorni ed è stato maturato in legno grande sui lieviti per 36 mesi.

Come tutti i migliori macerati passati in legno, ha un tannino più “teoso” e un po’ più di ritmo (che non è proprio l'asse di briscola dei vini fatti in questo stile) rispetto a quelli in anfora.
I quali da parte loro rispondono con il 3d e un senso di fusione unico.

Un vino nel quale la tecnica lascia spazio sia al carattere corposo e comunicativo del Collio, che al varietale (malva) del friulano: un vitigno apparentemente a proprio agio sulle bucce, con la sua acidità dolce e i suoi profumi non esuberanti.

Il vino non è stato filtrato e non ha avuto nessuna aggiunta di anidride solforosa.
Di colore arancio dorato di media intensità, al profumo è un caleidoscopio di buccia di arancio, china, pane, malva e olio di lino, un tocco di spezie orientali.
Il palato sente un tannino sottile e rinfrescante, non sovraestratto, il vino è corposo ma senza eccessi, soprattutto non è statico, e il finale è su note di pane, malva, ginepro. Una esecuzione tecnicamente corretta e priva di fanatismi. Bevetelo fresco.


Macerati a tavola

E questo è il vero asse di briscola della tipologia.

I macerati non sovraestratti e non troppo legnosi sono infatti grandi vini per la cucina di tutti i giorni.
Ma se volete dar loro il ‘la’, provateli con il curry, le cucine vegetali, le insalatone (anche quelle ricche di aceto), le cucine di Nord e Centro Africa. In un mondo ideale: con il falafel o con un pollo al curry. Non ve ne pentirete.

[immagine: National Geographic]




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