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I Signori del Cibo

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I Signori del Cibo
Non sempre i giornalisti provenienti da altri settori dimostrano di possedere la competenza sufficiente ad analizzare approfonditamente l’agroalimentare, ma non è questo il caso di Stefano Liberti.
Con “I Signori del Cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta” (Minimum Fax) l’autore si inserisce a pieno titolo nel fortunato filone di reportage di politica alimentare che ha nel celebre Dilemma dell’Onnivoro l’opera di riferimento.
Un libro, questo Signori del Cibo, nato da una curiosità civile, più che giornalistica: quella dell’autore di comprendere cosa stesse realmente acquistando quando si recava al supermarket sotto casa.


Tripla passata

Una curiosità che lo ha spinto a risalire la filiera di quattro prodotti comuni e sotto gli occhi di tutti - la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato – e che lo ha inaspettatamente portato in luoghi remotissimi e sconosciuti.
Il pomodoro concentrato, ad esempio, che proviene in massima parte dallo Xinjiang, estremo ovest della Cina al confine col Kazakistan.
Una zona dove le coltivazioni iperintensive di pomodoro sono state create solo venti anni fa, e che prima di allora di pomodoro non ne produceva nemmeno una pianta.
Oggi quei pomodori vengono trasformati in loco in passate triplo concentrate, dopo di che viaggiano in treno fino alle coste pacifiche della Cina, vengono imbarcate in navi, attraversano mezzo mondo per arrivare al porto di Salerno, dove vengono allungate con acqua, trasformate in doppio concentrato, ed etichettate come Made in Italy.

Riprendete fiato. Pensate sia finita?
Purtroppo no: perché da Salerno le passate doppio concentrate ripartono in nave destinazione Africa, per la precisione Ghana, ventisette milioni di persone che utilizzano un prodotto, il doppio concentrato, che fino a venti anni fa si producevano da sole, e che adesso non possono più farlo.

Cosa è successo? I prodotti alimentari si sono messi a viaggiare?

Non è esatto: anche gli antichi Romani facevano viaggiare le merci, prendendo - tanto per fare un esempio - il grano dal nord Africa.
Ma quello aveva un senso, visto che i Romani non avevano alternative.


Finance 4 dummies

Dopo la crisi immobiliare del 2008, i grandi gruppi finanziari e bancari multinazionali hanno deciso di investire in un settore, quello agroalimentare, meno rischioso di quello immobiliare, ed hanno fiutato l’affare dell’Overpopulation Business.

Solo che lo hanno fatto mantenendo la logica finanziaria, della terra come mezzo da sfruttare e del profitto come unico scopo.
L’effetto? Nel caso della passata di pomodoro, è quadruplice: i bambini nello Xinjiang sono stati semi schiavizzati nella raccolta; i produttori di pomodori del Ghana sono stati costretti a chiudere a causa di prezzi insostenibili e ad immigrare (molti in Campania e Puglia); l’inquinamento, dovuto all'assurdo viaggio intercontinentale di un prodotto che si potrebbe facilmente ottenere sotto casa, è incrementato.


Una giungla diventata pianura

In portoghese Mato Grosso significa giungla fitta. E così era questa regione nel cuore del Brasile fino agli anni Ottanta. Una giungla talmente fitta che i primi disboscatori furono costretti a paracadutarsi.
Adesso è diventata una pianura coltivata a soia, che è il mangime più utilizzato negli allevamenti intensivi.
Di questo passo, nel 2050 non basterà un territorio pari all’Australia (avete letto bene) per nutrire i maiali.


Sicuri che non basti il cibo?

Siamo in 7 miliardi, fra trent’anni saremo 9. Ma già adesso produciamo cibo per 12. Avete riletto bene: produciamo cibo per 12, dodici miliardi di persone.

Con tre effetti: un miliardo di sottonutriti, un miliardo di ipernutriti, un oceano di cibo sprecato.

Ma se sprechiamo così tanto, che senso ha voler produrre ancora di più?
Di riflesso: siamo sicuri che le critiche al bio di produrre troppo poco siano giuste?
O forse è malafede di una agricoltura industriale che non si fa remore a sprecare, visto che l’unico scopo è guadagnare denaro, e se il cibo è merce è indifferente al cibo che diventa spreco? (Difficile non pensare a e non dubitare delle recenti critiche mosse dalla Cattaneo).


Nazionale o locale? None of the above

Abbiamo stili di consumo che hanno a che fare con la Foresta Amazzonica e non lo sappiamo. Evidente dunque che non ci siano soluzioni semplici ad un problema che è gigantesco, planetario, imprescindibilmente globale. Una cosa appare tuttavia chiara: se le costine di maiale che compriamo al market sotto casa hanno a che fare con la deforestazione amazzonica del Mato Grosso, che senso ha fare discorsi nazionali?
Ma se è chiaro (o almeno dovrebbe esserlo) che il problema non può avere soluzione nazionale, nemmeno la soluzione locale e consolatoria funziona.
Andare dal contadino di fiducia a 10 km da casa serve solo a chiudere gli occhi e sentirsi in pace con sé stessi. Per la gioia di multinazionali che si sentiranno ancora più legittimate a distruggere tutto, sostenute da fondi di investimento “che hanno un rapporto con la Terra minerario, ovvero puramente estrattivo, predatorio”.


Non possiamo non ragionare globale, non dobbiamo dimenticare il locale

Quello che occorre sono, al contempo, regole globali e modelli locali, al fine di ridare identità al cibo,  de-mercificarlo, contro chi ha trasformato il cibo in commodity indistinta.
Ma l’identità del cibo passa solo attraverso la trasparenza: quando acquisto un prodotto ho il dovere – più che il diritto – di conoscerne l’intera filiera.
Una rivoluzione culturale, quella di de-mercificare il cibo, per attuare la quale non è sufficiente responsabilizzare i cittadini, ma che deve essere sostenuta da tutti gli organismi internazionali deputati.

Perché è time out, titoli di coda, non c'è più tempo, per salvare il Pianeta. Ovvero noi stessi.
Sul serio.


Stefano Liberti

I Signori del Cibo
Viaggio nell'industria alimentare che sta distruggendo il pianeta
Minimum Fax

[immagine: Minimum Fax]



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