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La dura vita degli aspiranti MW italiani. Intervista a Gianpaolo Paglia

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La dura vita degli aspiranti MW italiani. Intervista a Gianpaolo Paglia
Pochi giorni fa provavo ad analizzare qui su Vinix i motivi per i quali in Italia non ci sono ancora Master of Wine, celebre titolo rilasciato dall’istituto londinese omonimo dopo una pesante e costosa trafila di studi, viaggi intercontinentali e assaggi della durata di almeno 4-5 anni, e concludevo che noi italiani abbiamo un approccio al vino di stampo fenomenologico, molto diverso rispetto a quello anglosassone, di marca nettamente empirista.

Sulla mia pagina FB Carlo Macchi, direttore di Winesurf, mi obiettava che se in Italia non abbiamo MW il motivo non è metodologico, ma che, più semplicemente, il notevole investimento di impegno, tempo e denaro richiesto è giustificabile per un italiano solo se dopo se ne va a lavorare all’estero.

Così mi è venuto in mente di fare due parole con Gianpaolo Paglia, non solo già eccellente produttore di vino in Maremma e oggi consulente del nostro settore, ma anche uno dei pochi studenti italiani al corso del MW.


Passiamo alle presentazioni

Sono Gianpaolo, maremmano di nascita, agronomo e ricercatore prima di passare alla produzione di vino con Poggio Argentiera, che ho ceduto nel 2015. Oggi abito in Inghilterra e faccio consulenza per aziende di vario tipo intorno al settore del vino con la mia Smart Wine Export


Di preciso di cosa ti occupi?

Mi occupo di trovare sbocchi commerciali per aziende italiane per l’export, con un focus particolare sul Regno Unito.


Nei giorni scorsi hai accennato tramite la tua pagina FB a Saturnalia. Di cosa si tratta?

Saturnalia è una realtà facente parte di Ticinum Aerospace, una spin-off dell’Università di Pavia, che si occupa di Earth Observation, una avanguardia nella fornitura di dati vendemmiali, agronomici, geologici, eccetera.


Sei uno dei pochi studenti italiani al MW. Puoi raccontarci la tua esperienza?

Il corso per diventare MW e’ cominciato nel 2013/2014, ho dovuto prendere due pause di un anno per ragioni personali e di lavoro. Ho passato l’esame di Teoria ed adesso mi approccio all’esame di Pratica per la terza volta.

E’ un viaggio lungo e molto impegnativo, che putroppo vede anche molti abbandonare o sospendere il percorso a causa del livello di impegno e lavoro richiesti, dei costi e delle basse percentuali di successo: 30% per la teoria e 10% per la pratica, solo un esame all’anno, e con un numero limitato di prove che si possono fare.
Ovviamente il livello dell’approccio è molto elevato e si imparano una quantità di cose che non si sapeva di non conoscere.

Generalmente è un percorso che cambia in modo profondo la vita professionale. E spesso anche quella privata.


Ci sono differenze metodologiche nell’approccio al vino tra un MW e un grande esperto italiano?

Ogni approccio risente delle esperienze professionali e culturali individuali.
Non esiste un approccio dei MW, se non quello di una rigorosa ricerca della conoscenza e ovviamente una competenza elevata, provata da degli esami rigorosi.
Il MW è un generalista, perché deve conoscere tutti gli aspetti del mondo del vino, da quello produttivo (viticoltura, winemaking, quality assurance e quality control), a quello commerciale e culturale legato alla vendita e al consumo del vino.
Il tutto riportato a livello mondiale.

Non esistono vini che non abbiano una rilevanza commerciale che non possano apparire nell’esame.
Probabilmente questa è la maggiore differenza.


Che effetto fa l’Italia del vino vista da una prospettiva internazionale?

E’ un paese che interessa molto all’estero, con una consapevolezza di una crescita in qualità generale, nel prestigio di alcune zone che ormai sono considerate classiche e con un grande interesse verso le varietà indigene e i nuovi territori.
Una visione molto positiva in generale.


Tre consigli ai produttori italiani che vogliono entrare nei nuovi mercati BRICS (Brasile, India, Cina, Russia e Sudafrica)

E’ difficile dare consigli generici, però è importante conoscere i mercati, quindi visitarli e costruire relazione in quei paesi. Sono generalmente mercati difficili per diversi motivi, che richiedono un approccio di lungo periodo e anche risorse economiche e umane.


Ci sono zone vinicole del mondo poco note in Italia degne di grande considerazione?

Direi molte.
Il Sud Africa, con Swarland e le zone piu’ fredde come Walker Bay e Elgin.

Il Cile, che ha una enorme variabilità climatica e vecchissime vigne a piede franco, con zone calde, zone fredde, zone desertiche.

Poi ci sono l’Autralia, con delle zone e dei Vigneron di grande spessore, purtroppo spesso messi nel calderone dei vini da prezzo, che pure esistono, ma non inficiano la qualità di aree di assoluto valore, come Margaret River, Barossa, Eden e Clare Valley, Yarra Valley, Mornigton Peninsula e Tasmania.

Infine la Nuova Zelanda, con Central Otago, Hawke’s Bay, Martinborough.


Quella volta che hai pensato questi sono al top...

In Napa Valley, andammo col corso degli studenti del MW a vedere dei vigneti.
Davanti alla casa della proprietaria c'era una scultura bellissima.

Le feci "bella, sembra di Henry Moore".
E lei mi rispose "è di Henry Moore!".


...E quell'altra che c'hai lasciato gli occhi. Chianti e Borgogna non valgono

Eden Valley, 800 metri sul mare e i canguri in vigna.


In bocca al lupo per il MW allora

Crepi!
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