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Assaggia giudica spreca. Alcuni sottotesti di Masterchef

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Assaggia giudica spreca. Alcuni sottotesti di Masterchef

Da quando - era il 2011 - si è imposto come programma di grande successo, Masterchef ha creato uno spazio narrativo nuovo, che ha fatto presa e sdoganato il mondo dell’alta ristorazione nel pubblico medio in maniera infinitamente più efficace di internet e di qualunque social.
Quali sono le ragioni del successo?
Partiamo dal logo. Semplicemente fenomenale.


Un po’ McDonald’s, un po’ Slow Food

La griglia rovente che disegna la ‘M’ di MasterChef si pone in diretta relazione con la celebre iniziale del logo di McDonald’s: solo che mentre in quest’ultimo la lettera in questione rinvia ai celebri archi dorati, con tutto il mondo disneyano che, una volta oltrepassati, racchiudono al loro interno, nel caso di MasterChef i valori veicolati appaiono fortemente disforici: la griglia potrebbe essere letta anche come un’inferriata, dietro cui sta l’universo chiuso del carcere o, peggio, dati anche i colori vermigli e il fumo ornamentale, una specie di caserma, se non un vero e proprio Inferno.
I quali, doppiamente racchiusi entro un limite incandescente, funzionano però da luoghi agognati, raggiungibili solo dopo complessi riti di passaggio.
A livello visivo il logo di Masterchef si pone invece in relazione a quello di Slow Food, la cui celebre spirale disegnata dalle volute della chiocciola rinvia all’idea di un piacere che si prolunga e si intensifica progressivamente, andando dall’esterno verso l’interno.

Ma la direzione della spirale è qui invertita: se in Masterchef c’è una chiocciola, è la @ della posta elettronica, il cui movimento, del tutto chiaramente, va invece dall’interno verso l’esterno.
Ecco insomma che già nel logo di Masterchef si ritrova una precisa volontà di posizionamento intermedio fra il fast e lo slow food, con una conseguente rivisitazione dei temi di fondo sia del primo sia del secondo. Una strizzata d’occhio al mercato alimentare globale (i cui marchi proliferano in dispensa), un’altra ad una pseudo contestazione di quest’ultimo (raccontata anche dall’estetica culinaria di alcuni giudici).


Mistica dell’assaggino

Ma con ogni probabilità la maggiore novità del programma è il ruolo dato al cibo, che è sempre in secondo piano.

Scrive Gianfranco Marrone in Masterchef: esercizi di gastromania: 
“Quel che più d’ogni altra cosa appare irritante a Masterchef è la mistica dell’assaggino. “Devi assaggiare quello che prepari!”, urlano i giudici agli aspiranti chef, come a rivelare una verità universale che deriva dal loro essere maestri ai fornelli. E loro, a dimostrarlo, non fanno altro che assaporare, piluccare, odorare, scrutare: mai che una pietanza vada gustata, mandata giù con golosa ingordigia, pappata a quattro palmenti. Tutto è frantumato, spezzettato, ridotto in minuscoli bocconcini, come a denegare ipocritamente qualsiasi piacere legato all’alimentazione. Per vedere qualcuno che mangia occorre uscir fuori dallo studio e andare alla “prova in esterna”. Dove, però, a ingurgitare il cibo è sempre un gruppo simbolico, una squadra rappresentativa d’una qualche corporazione: vigili urbani in pausa pranzo, turisti di un villaggio vacanze, alpinisti in un rifugio di tremila metri, perfino finti cavalieri e madonne medievali. Nutrire, insomma, mai mangiare. Funzionalizzare il cibo, guai a goderselo. A dispetto d’ogni gastromania, la tradizione cattolica, ancorché globalizzata, è dura a morire.”


Una ideologia stereotipata dell’Alta Cucina

In quanto sfida, Masterchef si fonda su una struttura narrativa soggiacente che permette la trasformazione dei valori in gioco: valori gastronomici, da una parte, legati a un’ideologia stereotipata dell’alta cucina (gusto, raffinatezza, eleganza…) e a una conseguente retorica del self made man che dal nulla riesce a diventare Masterchef ("tutti possiamo diventare qualcuno", ecc...).
Dall'altro lato valori mediatici e spettacolari, che innescano la competizione fra uomini-qualunque ma esperti cucinieri desiderosi di ‘sfondare’ in televisione e diventare ‘famosi’.
Famosi ovvero eroi per un po’ più di quel quarto d’ora canonico che la società dei media di massa concede a chicchessia si mostri dinnanzi a una telecamera.


Una apologia dello spreco alimentare?

Come scrivevo prima, il cibo cucinato da Masterchef non viene mai mangiato, anche perché non è l'attore protagonista del programma, ma finisce immediatamente nella spazzatura.
Veicolando un messaggio politicamente terrificante.
E se il format da questo punto di vista non facesse qualcosa di più?


[immagine: Linea Diretta 24]


Marrone Gianfranco, Masterchef: esercizi di gastromania. Doppiozero, 15/02/2013


Marrone Gianfranco, Cucinare senza senso. Strategie passionali e significazione spaziale in Masterchef. Studi Culturali, ANNO X, N. 2, Agosto 2013

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