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La cooperazione vitivinicola, solo quantità o anche qualità?

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La cooperazione vitivinicola, solo quantità o anche qualità?
Partirei da qui, cos'è una cooperativa?
Una cooperativa è una società basata, secondo la legge, sul principio di mutualità. Nel settore del vino, in prevalenza, si tratta di società formate da singoli coltivatori, aziende familiari, la maggior parte di piccole o piccolissime dimensioni. Il concetto ispiratore è quello della prevalenza della retribuzione del lavoro piuttosto che della remunerazione del capitale (per approfondire, vedi ultimo paragrafo). In assemblea il voto espresso da ciascun socio non è in relazione alla dimensione della sua proprietà, ma vale il principio “una testa, un voto”. Ci sono un Consiglio di Amministrazione e un Presidente, ma le decisioni strategiche più importanti devono essere prese dall’assemblea dei soci. Gestire un’impresa economica in modo “democratico” non è semplice, ed è questo il punto critico fondamentale in questo tipo di impresa.


Qualche numero

In Italia le cooperative trasformano il 58% delle uve da vino prodotte (in Francia circa il 50%), contribuiscono per il 44% al fatturato del prodotto vino, e per il 32% al fatturato dell’export (fonte: ACI, alleanza cooperative italiane).

Questi dati indicano da un lato la forte incidenza del sistema cooperativo nella produzione di vino, dall’altra una capacità non altrettanto elevata, seppure non trascurabile, di valorizzarlo. Una spiegazione di questa differenza è che le cooperative solo in parte vendono il vino che producono come prodotto confezionato, e con il proprio marchio: in gran parte lo vendono in cisterne, a commercianti e imbottigliatori che poi lo commercializzano con il loro marchio. In questo segmento di mercato non troviamo solo vini di qualità corrente e a prezzi bassi, ma anche alcune etichette famose, che devono almeno in parte il loro prestigio alla cooperazione, ma i consumatori non lo sanno…

Un altro caso è quello del vino venduto confezionato con una “private label”, solitamente un marchio della Grande Distribuzione, e qui parliamo solitamente di vini di “primo prezzo”. Dunque un primo aspetto che fa riflettere: i vini migliori di molte cooperative vengono venduti con un marchio altrui, e i peggiori con il proprio… o con quello di un supermercato. Così una buona parte del valore se ne va altrove, invece che andare ai viticoltori conferenti.E’ facile criticare le cooperative per questo: ma d’altra parte quanti consumatori, o ristoratori, o enotecari, sono disposti a pagare un prezzo alto per un vino “cooperativo”? Esiste, senza ombra di dubbio, un problema di immagine.


Un produzione massificata?

Un’idea diffusa è che le cooperative non abbiano una politica della qualità:che non si occupino di come e dove i conferenti coltivino le uve, che alla vendemmia mescolino uve buone (poche) e uve cattive (molte) per fare vini mediocri: o, nel migliore dei casi, si pensa che il massimo risultato raggiungibile sia un vino con un buon rapporto qualità/prezzo, ma nulla più.

Se questa idea è così diffusa e radicata è perché effettivamente la storia della cooperazione ha offerto diffusamente, nel passato, questo scenario, e per alcune cantine lo scenario non è cambiato, o non è cambiato a sufficienza. In altre cantine, poche, non è mai stato così: in molte altre era così in passato, ma il cambiamento c’è stato, guidato da fenomeni evolutivi che proverò a spiegare. Ma ormai l’idea è diventata pregiudizio. Non ricordo chi ha scritto che “il pregiudizio è comodo perché fa risparmiare tempo”: è proprio così. Mi propongo quindi di farvene perdere un poco, di tempo, per continuare a leggere questo articolo.


La cooperativa è una tribù

La natura umana è guidata da due istinti, la sopravvivenza dell’individuo e la sopravvivenza della specie, e si muove tra due poli opposti, quello della competizione e quello della solidarietà. La solidarietà non necessariamente ha a che fare con il buon cuore, ma piuttosto con la difesa della “tribù” contro una minaccia esterna. Da un branco di lupi ci si difende meglio in dieci che da soli. L’individuo solidarizza per meglio preservare se stesso. La nascita delle cooperative parte da questo principio, anche se i lupi, in questo caso, vestono panni umani. Il paragone non è troppo azzardato se pensiamo che ancora oggi, in America Latina,i mediatori che trattano l’acquisto del caffè dai contadini sono definiti popolarmente “coyote”.

Abbiamo già accennato al problema della “democrazia” della cooperativa, che può facilmente degenerare nell’assemblearismo: un’accozzaglia di idee diverse, con una maggioranza di soci anziani, solitamente restia all’innovazione e al cambiamento, rende impossibile prendere decisioni rapide, coerenti con l’evoluzione dei tempi e del mercato:un mercato che i soci, in massima parte, non conoscono, perché sono coltivatori puri, contadini “veri”, non certo industriali. D’altra parte in tutte la tribù esiste il problema di chi decide, e solitamente lo si affronta nominando un capo! Ma un capo, per esercitare la sua autorità, ha bisogno di consenso, di essere riconosciuto come autorevole. Questo vale, in parte, anche nelle imprese private, ma vale a maggior ragione in una tribù. O in una cooperativa che è, a suo modo, una tribù. A volte questa autorità si concentra tutta in un individuo, altre volte in un gruppo ristretto: ma guai a chi cade nel pantano dell’assemblearismo.


Perché una cooperativa?

Se un piccolo coltivatore non ha il capitale per costruire la propria cantina, e/o la capacità di fare un buon vino e di venderlo, deve offrire l’uva sul libero mercato. Ma è un frutto facilmente deperibile e che deve essere lavorato immediatamente dopo il raccolto: per questo motivo il potere contrattuale di un produttore è molto basso, perché i compratori (commercianti e imbottigliatori) possono sfruttare il suo stato di necessità e imporre un prezzo vile.

La cooperazione è nata per bilanciare questo squilibrio di forza tra venditori e compratori, trasformando il produttore di uva in produttore di vino in forma collettiva. Inoltre la costruzione di grandi impianti costa, proporzionalmente, meno della costruzione di piccole cantine individuali, consente di assumere personale qualificato (enologi e non solo) e riduce anche la concorrenza potenziale tra i produttori di un territorio, creando una concentrazione dell’offerta.


Le origini

Le prime esperienze di cooperazione vinicola risalgono alla seconda metà del diciannovesimo secolo, ma poi il fascismo impose uno stop, per la sua contrarietà al sistema cooperativo. La maggior parte delle cooperative di vino in Italia (cantine sociali) sorsero tra il 1955 e il 1970, beneficiando di sostanziosi contributi pubblici: era considerato un settore strategico per l'economia, che avrebbe consentito a molti agricoltori di rimanere sui loro fondi e di modernizzare l’agricoltura. Questi obiettivi sono stati raggiunti? Ne parlo alla fine dell’articolo.

Il movimento cooperativo ebbe due principali matrici politico-ideologiche: da una parte quella del solidarismo cattolico, con l'impegno diretto dei parroci di campagna (specialmente in Trentino e Veneto) e del partito della Democrazia Cristiana; dall'altra parte, quella socialista e comunista (in particolare in Emilia-Romagna). Al giorno d'oggi questa eredità culturale e politica è quasi del tutto dimenticata, ma in passato era importante, anche per motivi elettorali. L’invadenza della politica nella gestione delle imprese ne causò, non di rado, la rovina.

Fino agli anni '70 del ventesimo secolo il mercato del vino in Italia era, in gran parte, un mercato di prossimità. Quindi le cantine cooperative, specialmente quelle del Nord, potevano vendere facilmente vini da tavola a basso prezzo, sia sul mercato più strettamente locale, sia nelle grandi città industriali del Nord, dove viveva una classe operaia numerosa, che in gran parte conservava le tradizioni alimentari della sua origine contadina. Parliamo di un’epoca in cui il consumo pro-capite di vino in Italia sfiorava i 100 litri! E’ facile capire come, in quel tempo, una cantina sociale che facesse vini appena corretti, senza pretese e a prezzi popolari, trovasse facilmente i suoi sbocchi di mercato.


Evoluzione del mercato e nuove sfide

I profondi cambiamenti nella società, con un’economia sempre più orientate verso il settore terziario, e sempre meno persone dedite a lavori pesanti, coincise con la drastica riduzione dei consumi di vino in tutti i paesi produttori, Italia compresa.
Nello stesso tempo cresceva la domanda di vini di qualità superiore, e si aprivano nuovi mercati all’estero. Un processo che continua tuttora. Non tutte le cooperative erano (e sono) preparate e attrezzate per fare il “salto”: imbottigliamento, reti commerciali, fiere, mercato nazionale e mercati esteri.

Alcune furono in grado di farlo migliorando nel contempo la qualità dei prodotti ed elevando il prezzo. Le zone a vocazione turistica, come l’Alto Adige, furono favorite per la maggiore facilità della vendita diretta, ma questo non sminuisce i meriti di questo territorio, che è considerato a buon diritto il regno della cooperazione di alta e altissima qualità.
Altre cooperative si unirono tra loro, per ottimizzare gli impianti e il personale, che ormai comprendeva figure nuove: se negli anni ’60 era già indispensabile l’enologo, ora servivano altre professionalità, interne o esterne: un export manager, un responsabile marketing, e qualcuno che curi la comunicazione. 

Altre non furono in grado di affrontare la sfida e fallirono, o sopravvissero “vivacchiando”, perdendo soci ogni anno per morte naturale... abbandonate dai giovani. Alcune cantine ancora oggi sono in questa situazione, e poco per volta vanno in liquidazione o vengono assorbite da altre più efficienti.

Altre decisero di unire le forze non su tutto il processo produttivo ma solo per l’ultimo anello della catena: affinamento, imbottigliamento, commercializzazione. Esempi di questo tipo in Italia, con modalità differenti, sono CAVIT in Trentino, CITRA in Abruzzo, Terre da Vino / Vite Colte in Piemonte. In alcuni casi il modello cooperativo viene abbandonato per creare rami di azienda, o aggregazioni tra cooperative, nella forma di società di capitali, più agili da gestire. Ad esempio Terre da Vino è una SpA. Sono scelte che comportano un cambio di prospettiva: per la legge una cooperativa che trasforma uve dei soci rientra a pieno titolo nel campo dell’agricoltura e non dell’industria, mentre non è così per le società di capitali, che perdono quindi i benefici fiscali delle cooperative.


Dalla selezione di piazzale ai programmi di qualità in vigneto

Il più grande patrimonio di una cantina cooperativa, soprattutto se opera in una zona vocata, sono i suoi vigneti. L’estensione di questo patrimonio consente di scegliere i vigneti migliori, dalle zone migliori, per fare vini di qualità superiore, e nello stesso tempo consente di fare, con i vigneti più produttivi e delle zone più “facili”, generalmente di pianura, vini a prezzi popolari, di solito utilizzando marchi diversi per evitare confusioni. Quindi una produzione segmentata e diversificata, dove non mancano però punte di eccellenza.

Negli ultimi vent’anni il concetto di selezione è cambiato. Prima si faceva prevalentemente “sul piazzale”, valutando le uve al loro arrivo, misurando il grado zuccherino e inviandole a diverse linee di lavorazione in base a questo parametro, a cui di solito veniva aggiunta una valutazione visiva sullo stato sanitario.

Oggi nelle cantine più avanzate questo protocollo è stato modificato. Innanzi tutto non si valuta solo il grado zuccherino, ma ci sono stazioni di misura in grado di “radiografare” le uve per valutare in modo approfondito il potenziale qualitativo, misurando cinque, sei o più parametri in tempi rapidi, e molte linee di lavorazione differenti alle quali destinare le diverse partite. Ma soprattutto la vera rivoluzione è stato il ritorno al vigneto: servizi di assistenza tecnica agronomica per consigliare cosa piantare e come, come difendersi dalle malattie usando reti meteorologiche e modelli previsionali, come migliorare la qualità delle uve, seguire le conversioni al biologico, scegliere in anticipo i vigneti destinati alle selezioni.

Alcune cantine, come quella di Soave e quelle del gruppo CAVIT,utilizzano data base complessi che gestiscono una gran massa di informazioni per ogni singola particella; quando le uve in arrivo non raggiungono la qualità attesa per quella zona si cerca di risalire alle cause e indirizzare il viticoltore, in una logica di miglioramento continuo. Il mondo è cambiato e la cooperazione anche.


Tra agricoltura e industria

Tra produttori singoli, soprattutto se piccoli e artigianali, e cantine cooperative ci sono spesso rapporti più o meno conflittuali, sia pure in un quadro complessivo, solitamente, di reciproco rispetto: a meno che questo non venga messo in crisi da comportamenti fraudolenti, e purtroppo nella storia della cooperazione, anche recente, ce ne sono stati, sia in Italia che in Francia.

I “vignaioli indipendenti” contestano alle cooperative di godere di alcuni vantaggi dell’azienda agricola a livello fiscale, e di drenare gran parte dei fondi destinati all’agricoltura, quando si tratterebbe, in realtà, di produzioni industriali e non agricole. Inoltre contestano lo strapotere delle cooperative in alcuni consorzi di tutela delle denominazioni di origine, in quanto la rappresentanza all’interno di queste strutture si basa essenzialmente sui volumi produttivi: per alcuni vini (ad esempio il Soave, e tutte le principali DOC del Trentino e dell’Abruzzo) questo vuol dire che le cooperative hanno le leve del potere nella gestione delle denominazioni di origine: quindi modifiche ai disciplinari, controllo dell’offerta tramite contingentamento della produzione in determinate annate, una certa influenza sulla politica e anche sugli organismi di controllo.

Inoltre accusano spesso le cooperative di praticare una politica di prezzi bassi che nuoce alle denominazioni di origine. Il che può essere vero, ma nessuna azienda vende a 5 se può vendere a 10, è sempre la legge della domanda e dell’offerta che determina il prezzo. Quindi si tratta di un problema di percezione del valore di quella denominazione: il prezzo è basso perché l’immagine è bassa, oppure l’immagine è bassa perché il prezzo è basso? Da questo circolo vizioso non è così facile uscire, per chi commercializza grandi volumi di prodotto.

Per la legge non ci sono dubbi, la cooperativa è un’azienda agricola in quanto trasforma le uve di proprietà, poco importa se si tratta di una proprietà collettiva invece che familiare. La dimensione è sotto questo aspetto un parametro irrilevante: d’altra parte anche una singola azienda agricola può avere grandi dimensioni. Quello che però contrasta con questa visione è che una cooperativa, entro certi limiti, può anche acquistare al di fuori una parte di materia prima, acquisire proprietà fondiarie, marchi e rami di azienda, vendere prodotti che non sono dei soci e non sono del territorio. Parliamo di casi particolari, anche se non così rari.

Il confine con l’industria da un punto di vista giuridico si supera soltanto quando le cooperative costituiscono società commerciali come società di capitali: nei fatti però questa linea di confine non è, sempre, così chiara. Non è che questo abbia molto a che fare con la qualità del vino, ma ce l’ha con i concetti di mutualismo e di valorizzazione del territorio, che dovrebbero essere sempre valori fondanti della cooperazione.


I critici…

I “wine-writers” dovrebbero cogliere prima degli altri i cambiamenti e le evoluzioni del settore ed essere meno influenzati da pregiudizi; in effetti che un vino “cooperativo” venga premiato dalla critica accade sempre più spesso, ma ancora suscita un certo stupore, quando non addirittura scandalo.

Premesso che non amo molto le classifiche, i 100 punti su 100 che Wine Advocate ha assegnato recentemente al Gewurztraminer Epokale 2009 della cantina Tramin ha meritato un post su Slowine in cui Fabio Giavedoniscrive “si tratta di un vino prodotto non da una grande azienda privata, men che meno nobile e blasonata, ma da una cantina sociale, validissima e virtuosissima, ma pur sempre una realtà cooperativa: e questo è un fatto veramente incredibile e innovativo”. Innovativo può essere: ma incredibile non vedo perché.

La cooperazione ha le potenzialità per fare i migliori vini possibili: un grande patrimonio viticolo, con possibilità di fare ogni tipo di selezione, viticoltori esperti e appassionati (non tutti, ovviamente) che anche grazie alle loro piccole dimensioni possono dedicare cure molto speciali alla vigna senza contare troppo le ore, un servizio agronomico, buone tecnologie di cantina, buoni enologi. Le potenzialità però, per trasformarsi in risultati concreti, richiedono capacità di visione e di decisione e investimenti adeguati, che a volte ci sono, e a volte no.

In conclusione, la produzione di vino in cooperativa presenta luci e ombre, ma è indubbio che la cooperazione abbia permesso, in molte zone d’Italia, la sopravvivenza della viticoltura, del paesaggio e della presenza dell’uomo sul territorio. La prova è che in alcune aree, se pure vocate, il fallimento di alcune esperienze cooperative, per cattiva amministrazione, a volte collegata a nefaste influenze politiche, ha portato alla scomparsa o al forte ridimensionamento della viticoltura. Due esempi sono la cooperativa Asti Nord
(Piemonte) e la Cantina Sociale di Locorotondo in Valle d’Itria (Puglia).


Per chi vuole approfondire

Un’azienda che (in teoria) non può fare profitti. La cooperativa differisce dalle società commerciali non solo per il carattere democratico e mutualistico, ma anche per la diversa disciplina civile e fiscale. Gli eventuali utili della cooperativa non possono essere distribuiti ai soci in base alla loro quota di capitale (che è correlata con la superficie del vigneto), ma deve essere assegnata secondo un ordine specifico stabilito dal Codice Civile italiano:

- il 30% deve essere assegnato al fondo di riserva legale; (Art.2545-quater Codice civile). Vi è un divieto di distribuzione delle riserve (articolo 2514 del codice civile) ai soci in qualsiasi forma, sia durante la vita dell'ente, sia in seguito allo scioglimento della società: in quest'ultimo caso, le attività residue devono essere assegnate ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione, a eccezione del rimborso ai soci del capitale sociale versato.

- La quota del 3% deve essere assegnata ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione; (Art. 11 della legge 59/1992)

- La quota dell’utile residuo può essere destinata, con una delibera dell’assemblea dei soci, ad aumentare il capitale sociale (di solito molto piccolo all'inizio dell'attività), o essere ristornato ai soci come aumento del prezzo delle uve.

Il socio che recede da una cooperativa è rimborsato al solo valore nominale della quota (aggiornato con l'indice di inflazione). Di solito gli statuti e i regolamenti interni prevedono penalità per i soci che lasciano una cooperativa, per preservare il patrimonio viticolo dell’azienda e la sua potenziale capacità di produrre vino.


©Maurizio Gily per MERUM
Edizione italiana per VINIX
Foto credit: Nella foto di apertura i 60 anni della Cantina di Clavesana, di Davide Gonella
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