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Firenze, la storia in un caffè

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Firenze, la storia in un caffè
Nessuno potrebbe mai sospettarlo passeggiando distrattamente per la strada – e chissà quanti alzano gli occhi a leggere la targa commemorativa – ma al civico 21 di via Cavour a Firenze, dove oggi ci sono un bar e un negozio di penne, ebbe sede il Caffè Michelangiolo: qui, a metà dell’Ottocento, tra una tazza di caffè e un bicchiere di vermouth (immaginiamo), si incontravano intellettuali ed artisti. Tra di essi, in particolare, un gruppo di pittori anticonformisti che vennero poi definiti Macchiaioli, con nomi come Giovanni Fattori e Adriano Cicioni.
Poco più in là, nel Palazzo del Pegaso che oggi ospita alcuni uffici della regione Toscana, sorgeva il “Circolo di conversazione dei risorti” e l’omonimo Caffè Risorti, luogo d’incontro della borghesia cittadina protagonista del Risorgimento.

Come accadeva a Venezia, Torino, Roma, Napoli, anche a Firenze nell’Ottocento fiorirono i caffè come luoghi d’incontro privilegiato dei borghesi che, a differenza dei nobili, non avevano a disposizione grandi salotti privati e – potendo contare finalmente su mezzi di trasporto come le macchine e i bus e sull’illuminazione urbana – si riunivano in spazi pubblici per discutere di politica e letteratura ma anche giocare a scacchi o bere un caffè o un bicchiere, provando spesso per la prima volta i nuovi prodotti alcolici che arrivavano dall’estero. Nuovi luoghi di socializzazione e progresso, attirano anche gli stranieri che già all’epoca a Firenze sono numerosi.

Un fenomeno nato soprattutto dalla breve ma importante tappa storica che vide Firenze Capitale d’Italia per sei anni, dal 3 febbraio 1865 al 30 giugno 1871. Dai 19 caffè presenti in città prima della proclamazione a capitale, nel giro di pochi anni si passa a ben 170.

Da sempre vivo centro culturale e artistico, la città diventò anche fulcro politico del neonato Paese. Un fermento che non si esaurì con lo spostamento della Capitale a Roma, dopo i fatti di Porta Pia, e di cui ancora oggi resta vivo il ricordo anche e soprattutto nei caffè storici, molti dei quali portano ancora nelle insegne la testimonianza di una società cosmopolita fatta anche di numerosi espatriati: dagli svizzeri e i nord europei, arrivati per lavorare nel giro delle banche creato dalla famiglia De’ Medici o attratti dalla libertà di stampa, che portarono in città anche la loro tradizione dolciaria e di panificazione, agli inglesi stregati da Firenze durante il Grand Tour.

Nacquero così alcuni dei caffè più belli della città, dal Caffè Elvetico in piazza Duomo al Rivoire (nato come cioccolateria) fino al famoso e affascinante Gilli: aperto nel 1733 da una famiglia svizzera al civico 104 di via dei Calzaiuoli – dove oggi c’è il negozio d’intimo Victoria’s Secrets, ma sono ancora visibili i decori esterni – come dolceria, con l’insegna “La Bottega dei Pani Dolci”, si trasferì poi in un’altra sede di fronte a piazza della Repubblica e infine in quella attuale, all’angolo della piazza dove affacciano anche l’altrettanto raffinato Caffè Paszkowski (che, nato nel 1846 come Caffè Centrale, nel 1904 divenne una birreria gestita dalla famiglia polacca Paszkowski e ospitò intellettuali e giornalisti di riviste come La Voce) e l’ormai decaduto – per le difficoltà economiche e i vari cambi di proprietà – Giubbe Rosse: birreria tedesca fondata nel 1896 dai fratelli Reininghaus, prese il nome più facilmente pronunciabile dal colore delle giacche dei camerieri, e le sue sale videro gli albori del Futurismo.

Poi c’era Il Bottegone, affacciato su piazza del Duomo, che già dal 1926 fu ceduto alla Motta e oggi ha perso molto del fascino di un tempo. Il Bottegone era l’unico caffè che già agli inizi dell’Ottocento aveva il permesso di restare aperto fino a tardi, alle due di notte, per accogliere gli spettatori del vicino teatro Niccolini, il più antico di Firenze, per un bicchiere del dopoteatro. E, proprio lì dietro, il Caffè Niccolini che era rinomato per il vermouth.
Resiste ancora, conservando il fascino e l'eleganza degli inizi del Novecento, Scudieri: aperto nel 1939 come confetteria dove già sorgeva un altro caffè,si trova in un sontuoso palazzo che in origine era più centrale, quasi accanto al battistero, e fu poi interamente spostato per allargare la piazza secondo la nuova urbanistica.

Insomma, i caffè fiorentini hanno avuto un ruolo determinante nella vita sociale e política della città, e non solo.

Ad essi è dedicato uno dei bei tour “alternativi” della città organizzati dall’associazione Ricomincio da Firenze, a cui ho preso parte durante la Florence Cocktail Week, la manifestazione che celebra la grande cultura fiorentina del bere miscelato

Per l'occasione, la brava Daniela Carboni ci ha guidato attraverso un percorso tra i caffè ancora in attività e quelli ormai scomparsi, con un occhio di riguardo ai luoghi della miscelazione cittadina. Le tappe si concentrano nel centro della città, soprattutto tra via Cavour, piazza della Repubblica e via Tornabuoni, il “salotto buono” della Firenze risorgimentale dove si trovavano i locali più raffinati come il Gran Caffè Doney, frequentato tra gli altri da Carducci e Verga e dove Zeffirelli girò alcune scene del film Un tè con Mussolini.

Sono tante dicevamo, le insegne storiche del capoluogo fiorentino che hanno chiuso i battenti, spesso sostituite da negozi anonimi, ristoranti o boutique di lusso, come nel caso del Caffè Giacosa tra via Tornabuoni e via della Spada: fondato nel 1815 dall’evoluzione di una bottega che vendeva vino e alcolici, il caffè è passato alla storia soprattutto per la nascita del Negroni. Era qui, infatti, che Camillo Negroni – eclettico e capriccioso nobile-cowboy di ritorno dagli Stati Uniti – veniva a prendere la sua (notevole) dose quotidiana del drink creato per lui dal barman Folco Scarselli sulla falsariga dell’Americano, servito on the rocks e in bicchierini da shottino (che arrivavano anche a 50 al giorno, secondo le leggenda) e sostituendo la soda con il gin e la scorza di limone con l’arancio.
Acquistato dallo stilista Roberto Cavalli e tenuto in vita fino al 2017, oggi l’antico caffè ospita la boutique di Armani.

E poi c’era il Gambrinus, il caffè dell’omonimo cinema tanto amato dai fiorentini, che dal 2011 ospita invece l’Hard Rock Cafè.

Per fortuna, però, qualcosa rimane e ancora oggi è possibile andare a bere un caffè o un Negroni fatto come si deve in qualche locale storico, come il già citato Gilli o il Caffè Italiano, in via Isola delle Stinche, pur’esso a pochi passi da un teatro importante come il Verdi. Dagli anni ’80, dopo anni di declino, è stato rilevato da Umberto Montano – il ristoratore e imprenditore lucano che ha creato anche il format del Mercato Centrale – e trasformato in un ristorante, da poco rinnovato dopo una lunga chiusura, che unisce la fascinosa atmosfera d’antan delle diverse sale a una proposta gastronomica molto interessante e volutamente “libera”, spaziando dalla pizza – quella, veracemente napoletana, di Guglielmo Vuolo – alla carne cruda e cotta fino al caffè.

in alternativa, ci sono i tantissimi cocktail bar e hotel dove lavorano bartender esperti e creativi che stanno rendendo nuovamente Firenze una vera capitale italiana: quella del bere miscelato.
 

Foto di apertura: preparazione del Negroni da Gilli, Martino Dini per Florence Cocktail Week, altre foto nell'album  Caffè Fiorentini
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