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The Remains of the Day. Robert Parker va in pensione

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The Remains of the Day. Robert Parker va in pensione
E alla fine ha detto stop.
Robert Parker, il più importante critico enologico del mondo, l’uomo che ha creato un impero editoriale con la valutazione in centesimi, se n’è andato in pensione. La sua rivista, The Wine Advocate, resta, con una decina di autorevolissimi referenti sparsi tra Francia, Italia, Germania, California, eccetera, ad assaggiare e valutare ciascuno i vini della propria zona. Ma Bob no, lui ha detto stop.
E il sapore è quello della fine di un epoca.


Un aspirante avvocato in Alsazia

La scintilla scoccò durante un viaggio in Alsazia, fine anni Sessanta.
Parker era un giovane e promettente studente in Legge del Maryland, gli USA più europeizzati, e rimase rapito dai profumi esplosivi dei bianchi fatti attorno a Colmar.
Da lì la decisione, terminati gli studi, di affiancare l’attività forense alla pubblicazione di una rivista indipendente, in un mercato - arriviamo al 1973 - “compromised by the financial agendas of many of the famous wine writers of the day. He dreamt of a publication that could be free of financial ties to wineries and merchants, a guide that would produce wholly unbiased views on wines and that served only the interests of wine consumers. This would be a magazine that would be funded purely by subscribers—the people who buy, read and use it. And thus, The Wine Advocate started and remains true to this day”, come scrive la sua collaboratrice Lisa Perrotti-Brown MW.

Ovvero (più o meno, perdonate la traduzione non professionale) “compromesso dalle agende finanziarie di molti dei famosi scrittori di vino del tempo. Sognava una pubblicazione che potesse essere priva di legami finanziari con cantine e commercianti, una guida che producesse opinioni totalmente imparziali sui vini e che servisse solo agli interessi dei consumatori di vino. Questa sarebbe stata una rivista che sarebbe stata finanziata esclusivamente dagli abbonati: le persone che comprano, leggono e usano. E così, The Wine Advocate ha iniziato e rimane ancora oggi”.


Latour OttoDue

Smessa la doppia attività e dedicatosi in via esclusiva alla critica enologica, la reputazione di Parker conobbe una impennata nel 1984, quando pubblicò le valutazioni dei Bordeaux della annata 1982, assaggiati en primeur l’anno precedente.
Una annata che possedeva i crismi della grandezza, ma che al palato degli esperti europei di Bordeaux appariva anomala, eccessivamente matura, e quindi non in grado di evolvere tanto positivamente quanto la ’61.
Parker si prese il rischio di uscire con valutazioni altissime, spesso a cifra tonda (e trina), e scrisse che quei vini sarebbero maturati in vetro magnificamente. Sappiamo tutti chi ha avuto ragione e come è andata a finire, adesso che Latour 1982 & Co. ancora scalciano nel vetro.



Un Lambrusco va valutato con lo stesso parametro di un Napa?

Al di là di alcuni conflitti di interesse paventati dai suoi non pochi denigratori nel corso degli anni, la reputazione di Parker come critico è rimasta estremamente elevata negli anni.

Dall'inizio del Nuovo Millennio qualcosa è cambiato.
La sensazione infatti è che il suo sistema di valutazione sia (stato?) più adatto ad inquadrare i vini di fine Novecento, un periodo storico nel quale l’obiettivo più urgente era quello di creare una grammatica del vino e nel quale si dava per scontato che tutti i grandi vini dovessero durare 50 anni.
  Nel periodo storico attuale l’urgenza non è più quella di fare una grammatica (ovvero valutare la norma, l'esecuzione del vino) ma di scrivere una enciclopedia del vino, per dirla con le parole di Daniele Cernilli.

Ovvero di trovare un parametro (ammesso che sia possibile) che riesca a rendere conto della singolarità di tutti i vini del mondo.


Un Avvocato poco social

Non solo. The Wine Advocate non è riuscito a dialogare con i Millennial e col popolo social.
E la sensazione è che si tratti di un discorso non delimitabile all’Italia. E che la rivista, che continua a viaggiare a gonfie vele, sia diventata appannaggio dei grandi appassionati che amano investire nei vini da dimenticare in cantina e del mondo del trade.
The Wine Advocate "fa" global, in un periodo nel quale gli appassionati con disponibilità economiche normali cercano molto di più il local.

Una cosa è evidente: non solo l’aria rivoluzionaria che la testata trasmetteva agli esordi non tira più da un pezzo, ma The Wine Advocate è percapita da almeno dieci anni come la rivista del vecchio establishment.


Quel che resta del giorn(alism)o

Il tutto in un periodo in cui la necessità di un giornalismo – perché scrivere a tutela dei consumatori è giornalismo, ed è di questo che stiamo parlandonon confondibile con la promozione è forte tanto quanto a fine anni Sessanta.
Ovvero il periodo quando Bob cominciò, come ha ricordato la Perrotti-Brown.

E in cui il giornalismo di settore nel nostro paese è in una fase di stallo preoccupante e in cui nessun editore sembra riuscire ad interpretare al meglio il mondo dell'on-line.

Ma questa è un’altra storia. O forse no.

[immagine: Radio Bottiglia]


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