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L'Europa? Puro Made in Wine secondo Philippe Daverio

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L'Europa? Puro Made in Wine secondo Philippe Daverio
Non solo il vino è la massima espressione di Made in Europe, ma – ancor di più – è vero anche l'opposto: l’Europa è puro Made in Wine.

L’Europa è “la parte occidentale della penisola asiatica fondata sul vino”, e “noi europei siamo la cultura del vino”, sostiene Philippe Daverio nel recente Quattro conversazioni sull’Europa.
Un termine, “vino”, condiviso da tutte le lingue europee, sia quelle di derivazione greco-latina che quelle germaniche, sassoni e slave.

Amato dal mondo ebraico e non osteggiato da Maometto, che ne proibiva solamente l’abuso, il vino è stato al contempo il passepartout e la lingua del Cristianesimo che ha creato l’Europa.
Nella quarta e ultima delle conversazioni che compongono il libro (le altre tre si occupano di idea di Europa, Medioevo e Illuminismo) Daverio parta dalla Antichità, con Grecia e Roma accomunate dalla produzione di vini ricchi e alcolici, fatti così un po' perché dovevano sopportare i viaggi nelle anfore, un po' perché venivano consumati a fine pasto, strumento per dialogare ed avvicinare uomini e donne.
Un vino che prima di venir consumato doveva essere diluito.


Colum Bàn e il Sangue di Cristo. La nascita di Europa

Dopo le invasioni barbariche, la produzione della bevanda come noto fu perpetrata dai monaci cristiani per consumo personale e soprattutto per officiare le messe.

Un ruolo determinante lo ebbe il monaco irlandese Colum Bàn, passato alla storia col nome di San Colombano.
Sceso nella attuale Lombardia per combattere l’arianesimo dopo una peregrinazione per tutta Europa, San Colombano convertì la regina longobarda Teodolinda al cristianesimo e al vino, e la regina donò a San Colombano del terreno a Bobbio.
Qui il monaco costruì l’Abbazia e piantò le viti, che aveva preso in Borgogna o attorno al fiume Reno.
L’Abbazia di Bobbio aveva un ruolo di controllo e direzione sulle altre, e San Colombano ordinò di piantare vigna in tutti i terreni adiacenti le Abbazie.

Quando nel 608 diventa papa Bonifacio IV, San Colombano lo definisce “pulcherrimo omnium totius Europae Ecclesiarum Capiti”, ovvero “graziosissimo capo di tutte le chiese d’Europa”, utilizzando il termine “Europa” per la prima volta dai tempi dell’antica Grecia (quando indicava una figura mitologica).


Le botti e il ruolo di Gambrinus

Anche i Barbari, gli abitanti del nord Europa, hanno avuto la loro parte nella nascita del vino.
I Celti usavano le botti di legno per trasportare la loro bevanda preferita, una antenata della birra ottenuta dalla fermentazione di cereali drogati con erbe e spezie (che i popoli di lingua latina chiamavano cervisia).

Le botti erano molto più resistenti e leggere delle anfore, ed iniziarono ad essere usate anche per il trasporto del vino dai duchi di Acquitania nella rotta marittima tra Bordeaux e la costa inglese.


Una moneta di scambio che ha creato l’identità europea

Per non parlare di Guglielmo Primo, marchese di Catalogna, duca di Acquitania, conte d’Alvernia, di Bourges e di Mâcon, del Limosino e di Lione: grande amante di claret acquitani, nel 901 regalò all’abate Bernone vaste terre di una villa romana di Borgogna per far sorgere l’abbazia di Cluny.

E poi Dom Pérignon, che scovò il modo di risollevare le sorti dei vini di Champagne spumantizzandoli, dopo che l’apertura dei collegamenti stradali tra la Borgogna, che produce rossi più buoni di quelli di Champagne, e Parigi, che era il mercato migliore per i vini di Champagne, aveva messo in ginocchio la produzione di vino prodotto nelle campagne di Reims.

Ma anche il Porto, un vino sostanzialmente più inglese che portoghese, che veniva consumato dall’aristocrazia di Londra diluito con acqua bollente come sorta di tè alcolico.

Nella sua storia millenaria il vino è stato una moneta di scambio passata per le strade di tutta Europa: una moneta attraverso la quale i popoli si sono incontrati e sono diventati europei, perché “la Vecchia Europa ha la capacità di metabolizzare tutte le contaminazioni che ci hanno portato ad essere ciò che siamo”.


Philippe Daverio, Quattro conversazioni sull’Europa, Rizzoli, 2019


[immagine: Teatro Arcano]

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