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Prosecco Rosé, molto rumore per nulla?

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Prosecco Rosé, molto rumore per nulla?
Dalle ultime voci, affidabili, che girano pare che per il Prosecco Doc Rosé bisognerà aspettare (almeno) la vendemmia 2020. Non sarebbe infatti possibile attivare le nuove procedure operative per gestire questa tipologia in tempo per la vendemmia di quest’anno. A dimostrazione che, giustamente, le procedure legali-amministrativi per modificare un disciplinare produttivo di una Doc sono lunghe e complesse. Anche perché sembra che il Consorzio sia orientato ad introdurre ulteriori vincoli per alzare il posizionamento di prezzo della versione rosé rispetto al bianco, oltre a alla più lunga permanenza in autoclave già prevista (avete già prenotato i nuovi serbatoi?).

Si parla di una riduzione delle rese in vigneto per le uve destinate a produrre rosé ed anche di una riduzione delle rese in cantina da uva a vino.

Soluzioni che aumenterebbero la complessità nella gestione delle cantine, aggiungendo tipologie di prodotto da gestire nelle vasche e sui registri, con conseguenti rischi di errori e, nuove, possibilità di illeciti. La complicazione dell'operatività implica ovviamente anche una complicazione dei controlli.

Inoltre una regolamentazione in questo senso ridurrebbe la flessibilità nelle scelte produttive e di mercato delle cantine, costringedole a decidere a priori la quantità di prodotto da destinare a Prosecco Doc rosé. Se poi queste previsioni non dovessero verificarsi, le cantine non hanno possibilità di adattarsi alla realtà del mercato

Nel caso in cui la domanda di rosé fosse superiore al previsto, non si può destinare al rosato del vino "impostato" come bianco. Viceversa nel caso in cui si volesse destinare a bianco del vino "impostato" per rosé, la cantina si troverà a dover utilizzare un vino con costi di produzione maggiori rispetto a quello su cui ha basato il proprio prezzo di vendita.

Queste considerazioni fatte a livello di cantina diventano ancora più complesse se viste a livello di comparto. Si rischia infatti di creare due mercati del Prosecco Doc sfuso, uno per il bianco ed uno per il rosé, che possono prendere dinamiche diverse dovute non solo ai diversi costi di produzione per le diverse rese ma anche al diverso equilibrio tra domanda ed offerta.

Motivazioni alla riduzione delle rese per l'innalzamento della qualità intrinseca non ne vedo, considerando che la resa in cantina è stata alzata qualche anno fa al 75% proprio per assecondare la naturale caapacità della glera di "ammostare" ed alcune vendemmie fa sono stati ammessi a Prosecco Doc tutti i 2016 q.li di uva prodotti per ettaro, senza che in nessun caso si siano evidenziati problemi di calo della qualità del prodotto.
 
Per perseguire l'obiettivo, giustissimo, di posizionare il Prosecco Doc rosé ad un livello
superiore rispetto al bianco, credo sarebbe molto più efficace aumentare il costo del contrassegno di Stato per questa tipologia. In questo modo infatti:

- si evitano complicazioni ulteriori nella gestione della cantina
- si evitano i rischi di errori e/o di "stimolare" illeciti
- l'effetto sui costi di produzione è diretto e quindi lo è anche l’aumento del prezzo alla cantina
- è possibile creare un budget aggiuntivo alle risorse del Consorzio da destinare al posizionamento del Prosecco Doc Rosé.

Non mi dilungo oltre perché ho affrontato e approfondito questo argomento nel mio post Gestire il prezzo dei vini Doc attraverso la gestione dei contributi consortili del settembre scorso.

Parlando di prezzo, tutti gli operatori concordano sul fatto che le eccessive oscillazioni, tanto in alto come in basso, del prezzo del prodotto/marchio ostacolano il suo corretto sviluppo e concolidamento sui mercati.

Auspicherei quindi che il Consorzio si esprimesse sui quali sono ilivelli di prezzo ritenuti corretti nel medio-lungo periodo per le due tipologie di Prosecco Doc. Lo so che politicamente sono posizioni difficili da prendere, ma la loro difficoltà non ne riduce l'importanza. Soprattutto considerando che il Consorzio realizza delle politiche di promozione del marchio e controllo dell'offerta proprio con l'obiettivo di perseguere un equilibrio di mercato, di cui il principale indicatore è proprio il prezzo. Detto in altre parole in una strategia di medio-lungo periodo non sono le politiche di promozione e di controllo della produzione che si adattano all'andamento del prezzo, ma si dovrebbere partire dal prezzo-obiettivo per definire quanti e quali interventi realizzare su domanda ed offerta.

Ricordo che la Borsa Merci della C.C.I.A.A. di Treviso nella seduta dell'11 giugno scorso quotava il Prosecco DOC sfuso tra 1,60 ed 1,75 euro/litro mentre la media di febbraio e marzo del 2018 è stata di 2,30 euro/litro.

In attesa che il per il prossimo anno il Prosecco Doc Rosé diventi una realtà, mi permetto alcune considerazioni riguardo allo "stracciarsi le vesti" contro questa tipologia a cui si è assistito negli ultimi mesi:

- il prosecco spumante come lo conosciamo oggi è la creazione delle case spumantistiche (Carpenè-Malvolti in primis). Ricondurlo a prevalenti origini contadine ad artigianali, che ovviamente ci sono, è disonestà intellettuale.

- gran parte delle case spumantistiche già nella della vecchia Doc (attuale Docg) Conegliano Valdobbiadene hanno sempre avuto nel proprio assortimento uno spumante rosé, che spesso veniva assimilato ad un prosecco, sia per la cantina di origina e sia per lo stile del vino

- fino all’esistenza del Prosecco Igt, quindi fino al 2010, sul mercato erano presenti rosati, prevalentemente frizzanti, di Prosecco e Raboso con l’indicazione dei vitigni in etichetta. Ossia che il Prosecco Rosé non è una novità, ma un prodotto che fino a 10 anni fa si trovava normalmente sul mercato (poco in Italia solamente per la scarsa propensione al consumo di rosati che ci contraddistingue).

- difese filologiche del candore del prosecco mi sembrano quindi fuori luogo nei fatti (anche adesso se andate su Google trovate diversi spumanti indicati come Prosecco Rosé, da Joe Bastianich in giù) e, soprattutto, nello spirito. Il Prosecco si è caratterizzato fin dalle origini come un vino  fresco, immediato, che punta al piacere informale. In questo rispecchia pienamente la cultura della sua terra d’origine, contraddistinta da una bellezza senza pompa

- questo non impedisce alle singole realtà di fare scelte diverse a seconda della propria cultura e strategia. Io personalmente condivido la posizione espressa dalla Docg Conegliano Valdobbiadene di non ammettere la tipologia del Rosé nel proprio disciplinare. Detto in altre parole, la possibilità di fare il Prosecco Doc Rosé non significa obbligo di produrlo


Mi soprende lo  "scandalo" provocato dall’utilizzo del Pinot Nero invece del Raboso, visto che il Pinot Nero è sempre stato previsto già dal disciplinare della Doc Conegliano Valdobbiadene (vinificato in bianco) mentre il Raboso non è mai stato tra i vitigni ammessi (forse anche perché poco presente in collina, mentre è diffuso in pianura)

Credo che chi si aspetta dal Prosecco Doc Rosé la panacea degli eventuali mali che potrebbe soffrire il marchio (leggi rallentamento delle vendite) rimarrà deluso. Sicuramente il trend (o è una moda?) positivo dei rosati si rifletterà anche qui, ma non dimentichiamoci che il boom del rosè riguarda principalmente i vini fermi, meglio se vengono dalla Provenza.
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