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There’s a New Market in Town

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There’s a New Market in Town

Rionali e multietnici, social e aperti fino a sera con spettacoli musicali ed eventi, i nuovi mercati di città come Porta Palazzo a Torino e i nuovi mercati rionali di Milano si sono trasformati dai non-luoghi dei quali parlava Marc Augé in città in miniatura e destinazioni del turismo esperienziale.


Centri commerciali, aeroporti e autostrade. I non-luoghi di Marc Augé e il vuoto nostalgico

I grandi centri commerciali contemporanei, sorta di antitesi dei tradizionali e dei nuovi mercati cittadini, “si contrappongono alla tradizionale concezione antropologica che considera il luogo come uno spazio fisico legato a una precisa cultura, cioè dotato di solide radici in un contesto sociale e storico ben determinato, e pertanto in grado di consentire quelle relazioni con il prossimo grazie alle quali ciascuna forma di identità, sia essa personale o di gruppo, può costituirsi e mantenersi stabile nel tempo.”, come scrive Vanni Codeluppi

I grandi centri commerciali si costituiscono cioè come non luoghi nei quali l’individuo è costretto a spersonalizzarsi e liberarsi completamente dalla sua identità personale, che può ritrovare soltanto al momento dell’uscita.

L’individuo diventa cioè una sorta di anonimo viaggiatore che attraversa un territorio a lui estraneo, dopo che la valanga globale ha dissacrato ogni tradizione e impoverito la qualità dei prodotti, a causa di produzioni intensive e modelli di consumo fuori controllo.

Una tragedia personale trasversale che punisce soprattutto la nuova generazione postmoderna dei Millennials, che si è trovata ad affrontare un drammatico vuoto nostalgico nei confronti della propria infanzia, soprattutto quella gastronomica, così recente ma ormai parte di un’altra era sociale.


I nuovi mercati come nuovi luoghi

Se i non-luoghi classici quali aeroporti, supermercati, autostrade, si caratterizzano, come appena detto, per l’assenza di una valenza storica e per l’incapacità di sviluppare identità e relazioni, questi nuovi contenitori metropolitani che prendono ad esempio realtà come la Boqueria di Barcellona, e che si stanno affermando anche nelle grandi città italiane, trascendono tale definizione e si travestono da luoghi autentici in cui coltivare emozioni.

Non a caso, i nuovi mercati costruiscono la loro anima attraverso simulacri di storie e localismi tipici di luoghi “reali”, nel tentativo di sfuggire, appunto, all’anonimità e all’asetticità del non-luogo.

“Oltre al gradevole aroma delle cose genuine di una volta e al forte odore di gentrificazione, d’altronde, l’offerta comprende la ghiotta occasione per turisti ed espatriati di dimostrare a sé stessi e al mondo intero il proprio prestigio sociale e affettivo.”, come scrive Michele Scaccaglia

Un’esperienza principalmente figurativa, ma non priva di autenticità, che mantiene la promessa di colmare quel vuoto identitario – tipico delle metropoli contemporanee – attraverso la messa in scena di riti e rituali che riesumano il calore familiare e quello del piccolo paese dove tutti si conscono.

Piccole città animate in miniatura, costruite dentro reali metropoli, nelle quali lo spazio dei banchi dei prodotti alimentari diventa un hub culturale e sociale.

Mercati che, autofinanziandosi, hanno fatto opera di restyling per riqualificare gli spazi e creare quelli che, a tutti gli effetti, sono realtà ontologiche nuove di zecca, alla pari della rete e dei social.


[Immagine: la Boqueria di Barcellona da Barcellona Shop]




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