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Anno 33 dopo Chernobyl, la parte sacrosanta nel discorso naturale

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Anno 33 dopo Chernobyl, la parte sacrosanta nel discorso naturale
Prologo. Diciassette Marzo dell’anno Zero

Il 17 marzo 1986 alcune decine di persone residenti in Lombardia, Piemonte e Liguria restano intossicate, avvelenate e in alcuni casi uccise a causa dell’ingestione di vino prodotto dalla azienda Ciravegna di Narzole, Cuneo, e imbottigliato e venduto dalla Vincenzo Odore di Incisa Scapaccino, Asti.
La causa dell’avvelenamento si scoprirà essere l’aggiunta al vino di alcol metilico, alias metanolo, un prodotto tossico, al fine di innalzare la gradazione alcolica del prodotto finito.
Il motivo di cotanta scelleratezza? Semplicissimo: il metanolo in quel periodo godeva di sgravi fiscali, ed era dunque più economico dello zucchero.

Al di là dei gravissimi danni causati alle persone convolte, per il vino italiano lo scandalo del metanolo si rivelerà una pandemia, la febbre Spagnola, una Hiroshima.
Anzi, una Chernobyl.

Dalla quale il vino italiano non si è mai del tutto ripreso, nemmeno oggi, dop 33 anni.
Quantomeno nella percezione della salubrità e della sicurezza del prodotto in alcuni segmenti dell’opinione pubblica.


Il cielo brucia sopra Prypjat. Ventisei Aprile dell’anno Zero

Un mese dopo la tragedia del metanolo, Il 26 aprile 1986 il reattore numero 4 della centrale nucleare Vladimir Il'ič Lenin di Pryp"jat', vicino a Chernobyl, Ucraina, allora Unione Sovietica, esplode, causando il più grave incidente nucleare della storia.
Una nuvola di materiale radioattivo fuoriesce dal reattore e ricade su vaste aree intorno alla centrale, contaminandole pesantemente e rendendo necessaria l'evacuazione e il reinsediamento in altre zone di circa 336.000 persone.

Le nubi radioattive raggiungono anche l'Europa orientale, la Finlandia e la Scandinavia con livelli di contaminazione via via minori, toccando anche l'Italia, la Francia, la Germania, la Svizzera, l'Austria e i Balcani, fino a porzioni della costa orientale del Nord America.
Un rapporto del Chernobyl Forum redatto da agenzie dell'ONU contò 65 morti accertati e più di 4.000 casi di tumore della tiroide fra le persone che avevano fra 0 e 18 anni al tempo del disastro, larga parte dei quali probabilmente attribuibili alle radiazioni.
I dati ufficiali furono contestati da associazioni antinucleariste internazionali, fra le quali Greenpeace, che presentò una stima fino a 6.000.000 di decessi su scala mondiale nel corso di 70 anni, contando tutti i tipi di tumori riconducibili al disastro secondo il modello specifico adottato nell'analisi.


Natura innaturale

Chernobyl è un evento che modifica definitivamente la nostra percezione della Natura.
Con Chernobyl, come scrive Giuseppe Genna recensendo la nuova serie capolavoro di Sky Atlantic, "Tutti noi diventiamo orfani, dell’Unione Sovietica e dell’America di Ronald Reagan, non sappiamo più dove girarci. Il mondo è nuovo e altrettanto il suo ordine[…] È accaduto questo: Chernobyl comunica al pianeta che la natura non è più naturale: è tecnologica. Le atmosfere sono chimiche. Gli elementi, volatili. Le conoscenze, provvisorie e sottoposte a un progresso molto accelerato. Qualcosa pulsa nell’aria ed è esogeno, perenne, lugubre in una nuova forma della morte: il cadavere recherà il principio di contagio sempre e deve essere sepolto in un sarcofago di cemento sempre."


Addio alla Natura?

Il 1986 è dunque, sul piano dell’inconscio collettivo, il vero Anno Zero del nostro rapporto con la Natura e di conseguenza anche col settore agroalimentare, con inevitabili ripercussioni anche nel campo del giornalismo specifico. Tanto per dirne una, il Gambero Rosso nasce allora, a placare le inquietudini e colmare un vuoto di risposte createsi nella parte di opinione pubblica più attenta a conciliare salute e palato.

Come ricorda Gianfranco Marrone, prima del 1986, e per molti Secoli, la Natura era stata qualcosa contro la quale andare, e il progresso e la civilizzazione si spiegavano e sviluppavano in opposizione alla Natura, per dominarla.

Con il metanolo la salubrità del cibo scompare, e con Chernobyl la Natura diventa attrice sociale, viene addirittura protetta, perché pare che stia sparendo: e quindi pare che vada salvata dall’opera distruttrice degli uomini, tramite un’opera tutelante effettuata da altri uomini. Gli ambientalisti addirittura introducono la questione ambientale in politica, ma lo fanno ingenuamente: come se la Natura fosse un altro da sé, un ente totalmente separato dal mondo umano e culturale.

A pensarci un attimo, si tratta della stessa visione (Heidegger avrebbe detto lo stesso orizzonte) della Natura che possiedono il mondo della finanza e della grande industria.
E anche i seguaci del Bio, del naturale & co.



L’equivoco naturalista (e animista)

Il fatto è che nell’età dell’Antropocene nella quale viviamo, la Natura non è più un regno separato da Noi uomini, ma un unicum col mondo umano, “e le trasformazioni del mondo naturale sono arrivate ad un punto tale, a causa dell’intervento umano, da non poter più tornare indietro”, per dirla nuovamente con Gianfranco Marrone. Non possiamo dunque più permetterci una visione naturalistica della Natura, come se quest’ultima fosse una cosa che esiste a prescindere dall’uomo, una sorta di ente primario non-culturale totalmente separato dall’umano.

Non ha senso dunque considerare la Natura “uno spicchio di realtà con una sorta di essenza animata ma non umana”, seguendo i dettami di un naturalismo animista ingenuo (tutti i discorsi secondo i quali “le piante hanno un’anima propria”, “il vino è un essere vivente”, eccetera) del tutto analogo allo scenario ideologico di chi la Natura vuol continuare a piegare.

Nell’Antropocene è insomma impossibile parlare di Natura al passato, come nostalgia, ma è possibile solo guardarla al futuro, in maniera progettuale, ovvero politica, perché “programmare la Natura è programmare la società che vogliamo” (sempre Marrone).


Il discorso naturale e la questione della Tecnica

Scendendo nel vino e nel settore del vino naturale, se è vero che la Natura deve essere liberata dall’immagine ingenua di stampo naturalistico e animistico che la presidia, e se è vero che ampi settori del discorso naturale sembrano utilizzare la Natura come brand (e forse alcuni arrivano addirittura ad utilizzare le pratiche di stampo naturale solo come greenwashing), è anche vero che quello naturale è il movimento, la parte del settore che ha interiorizzato il fatto che non ha senso fare discorsi qualitativi ed edonistici prescindendo da questioni ambientali.

Il discorso naturale è cioè – per dirla in termini filosofici - quello che ha compreso che non ha senso parlare della questione della Tecnica senza pensare di tangere questioni antropologiche.

Anche qui, però, un errore momentaneamente decisivo.

Non si tratta infatti di smantellare reazionariamente tutta l’impalcatura tecnica del discorso sul vino – tradotto dal linguaggio filosofico: la messa in discussione radicale dei difetti riconosciuti dalla scienza enologica, il tentativo costante di deligittimazione delle degustazioni professionali, della legislazione di settore, delle pratiche enologiche consuete, ecc… - perché la Tecnica, come diceva Heidegger, è il nostro destino ineludibile - anche se la Tecnica non pensa, come scrive (banalizzando parecchio e me ne scuso) in Essere e Tempo.

Il discorso naturale sbaglia cioè - per dirla con Nietzsche – quando pensa che la soluzione sia un ritorno nostalgico (e nei fatti impossibile) al mondo pre-tecnico.

Tuttavia il discorso naturale è l’unico a poter compiere quel passo in avanti dove la Tecnica - che piega la Natura e riduce pratiche millenarie in protocolli definiti e generici – deve venir interpretata e umanizzata, all’infuori da logiche di dominio naturale.

Cioè il discorso naturale è quello che ha compreso che la Tecnica non pensa, ed è dunque follia credere che possa farlo al posto nostro.

Ecco, io credo che questo sia il punto decisivo.

E che da qui nasca l’unica soluzione per rimanere fedeli alla terra (di nuovo Nietzsche), e tirar fuori piedi e gambe dal pantano di Chernobyl, che è il subconscio sul quale è costruito il nostro rapporto con la Natura, e anche con l'agroalimentare.


[immagine: IGN]
Antropocene
, Wikipedia 
Disastro di Chernobyl, Wikipedia 
Dottori Corrado, Non è il vino dell'enologo, DeriveApprodi, 2012
Genna Giuseppe, “Chernobyl”: la radiazione permanente, Blog ECampus, 21/06/2019
Heidegger Martin, Essere e Tempo, Longanesi, 2005
Le Gris Michel, Dioniso Crocifisso, DeriveApprodi, 2011
Marrone Gianfranco, Addio alla Natura, Einaudi, 2011
Marrone Gianfranco, Luiss Open, dibattito sulla Natura, 2018 
Nietzsche Friedrich, Così parlò Zarathustra, Adelphi, 1976
Renck Johan, Chernobyl (miniseries), Sky Atlantic, 2019
Sangiorgi Sandro, l'Invenzione della Gioia, Porthos, 2015
Scandalo del vino al metanolo in Italia, Wikipedia
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#2 Commenti

  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Una lettura interessantissima, grazie. C'è un altro equivoco di fondo sul quale dovremmo riflettere che è legato alla sovrapposizione nell'immaginario collettivo di genuino e salubre con naturale o buono per l'ambiente. A volte coincidono, a volte no.

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    #1
  • Francesco Annibali

    Francesco Annibali

    grazie Alessandra. Sì, concordo

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    #2

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