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Debunking sul vino che fa bene, arriva sempre qualcuno a rovinare la festa

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Debunking sul vino che fa bene, arriva sempre qualcuno a rovinare la festa
Mi sono messa a dieta, niente carboidrati e niente zuccheri, ma devo dire la verità i sacrifici finiscono qui, perché con l’estate non devo nemmeno rinunciare all’aperitivo della sera, basta prendere il Gin Tonic al posto dello Spritz e farmi le degustazioni quotidiane la sera prima di andare a letto, che la scienza dice che il Gin Tonic e anche due bicchieri di rosso alla sera fanno dimagrire (l’ho letto sull’Internet). A questo punto bisogna capire se è la mia bilancia ad avere perso fiducia nella scienza o se quella del Gin Tonic e del vino bevuto alla sera sono solo bufale, perché la realtà (triste, tristissima) è che no, non sto dimagrendo.

È un refrain periodico e probabilmente sono in pochi ormai a crederci. Ogni tanto esce un articolo di giornale e il vino fa bene a qualcosa, il gin tonic fa dimagrire, lo Champagne fa vivere più a lungo.. lo dice la scienza. A chi giovano? Francamente a pochi, spesso seguono i meccanismi propri delle fake news, sia perché qualcuno ci crede, sia perché li sbeffeggia, sono veicoli di click e questo probabilmente in molti casi a chi li diffonde basta e avanza. Non sempre, a volte l’obiettivo è quello di promuovere, in mancanza di altri argomenti, il consumo di questa o quella bevanda alcolica e questo richiede un po’ più di attenzione. Perché se da un lato aprendo il sito di una cantina devo dichiarare di essere maggiorenne (e questo mi sembra assurdo oltre che lievemente ipocrita) e le campagne sul bere consapevole si sprecano, quando si parla di alcol e salute occorre essere molto seri e non si può pensare di chiamare in ballo la scienza per avvalorare una qualsiasi scemenza. Fare allarmismo è inutile ma trovare alibi salutistici non è propriamente etico. L’atteggiamento migliore come sempre sta nel mezzo ed è il buonsenso e pasa attraverso la correttezza delle informazioni.

Per commentare questi casi mediatici particolarmente delicati mi sono fatta aiutare da Antonella Losa, chimica, biologa nutrizionsta e divulgatrice scientifica, che ci ha spiegato perché trattare le bevande alcoliche in questo modo può fare molto molto male (a chi le beve ma anche a chi ne parla):

"È necessario chiarire che quando beviamo alcolici stiamo implicitamente accettando di esporci un po' di più alla possibilità di sviluppare diversi problemi di salute - più di 200 secondo l'Istituto nazionale di salute statunitense. In un colpo solo aumentiamo il rischio di patologie a carico di praticamente tutti i principali organi, come ad esempio il fegato, il cuore e il pancreas. Che apriamo un po' di più la porta a problemi psicologici come ansia e depressione, ma anche a deficit delle funzioni intellettive, potenzialmente fino alla demenza. L'alcol è inoltre fattore di rischio certo (come le carni rosse, il fumo e l’inquinamento atmosferico per intendersi, nda) per diverse forme tumorali che colpiscono i vari tratti dell'apparato digerente - bocca, laringe, esofago, pancreas, fegato, colon - ma anche distretti diversi come il seno. E questo non avviene solo in caso di abuso di alcolici, come siamo generalmente portati a pensare. Per molte di queste malattie, infatti, non c'è una dose minima sotto la quale non ci sia aumento del rischio. In altre parole, non esiste una "dose sicura" di alcolici.

Il fraintendimento può nascere anche dal fatto che l'Organizzazione Mondiale di Sanità ha stabilito dei valori di assunzione che definisce "a rischio" (indicativamente 4 bicchieri di vino al giorno per gli uomini e 2 per le donne, intesi come comportamento abitudinario), ma tali valori non sono da interpretare come dosaggi sotto i quali non c'è rischio. Al contrario, si tratta di valori sopra i quali il rischio diventa particolarmente fattivo. Il "consumo consapevole" dovrebbe quindi essere questo. Dovrebbe essere una scelta fatta ogni volta ponderando i "benefici" che ci attendiamo dall'assunzione di alcolici - che riguardano ad esempio la sfera sociale, celebrativa, comunitaria, culturale - rispetto ai rischi per la salute associati. Senza auto-assolverci con il tema dei polifenoli del vino rosso - di cui potremmo potenzialmente giovarci solo in corrispondenza di un'assunzione smodata di vino - o con l'esiguo miglioramento del colesterolo HDL, associato peraltro a quantità assai modeste di alcol, che è ben lontano dal controbilanciare l'aumento del rischio per le altre problematiche di salute.”


Due bicchieri di rosso prima di dormire.

Quando si parla di vino e salute, dal paradosso francese del quale abbiamo già parlato in poi, per dimostrare che il vino (o un altro alcolico) non fa male o meglio che in alcune condizioni fa proprio bene, esistono due approcci: il primo è quello della testata che travisa uno studio scientifico e ne fa una notizia di richiamo, il secondo quello di ricerche vere e proprie impostate magari in modo non proprio robusto per portare un risultato atteso e diffuse come verità assoluta. La storia dei due bicchieri bevuti a fine giornata come faceva mia nonna con la camomilla è un esempio del primo tipo e a raccontarla è ancora Antonella.

Quella dei due bicchieri di vino bevuti prima di andare a letto è una notizia rimbalzata  lo scorso anno su varie testate, comprese alcune solitamente più attente a dare notizie effettivamente fondate. Titolo ad effetto: "Due bicchieri di vino prima di dormire aiutano a dimagrire. Lo dice la scienza". Nel testo si chiamavano in causa due atenei di peso, l'Università di Washington e - addirittura - la facoltà di medicina di Harvard, che sarebbero arrivati entrambi alla stessa inattesa conclusione. Grazie naturalmente al resveratrolo, quindi, bere vino "con moderazione" (e due bicchieri ogni sera abbiamo visto che nemmeno corrispondono a questa definizione) può aiutare a perdere più peso di quanto ne dovrebbe far guadagnare a causa delle calorie che ingeriamo con esso.

Niente di male se ci avessero detto che aiutano a prendere sonno, ma visto che l’alcol contiene 7 chilocalorie per ogni grammo e un bicchiere da 125 di vino cc da 13,5° V/V apporta alla nostra dieta ben 91 Kcal, sentire che due bicchieri fanno perdere peso non è un’informazione da prendere e condividere senza farsi domande e infatti Antonella è andata a fondo alla questione.

"Davanti a un concetto di questo tipo, un po' di sano scetticismo - altrimenti detto buon senso - è senza dubbio quel che dobbiamo sempre anteporre. E cercare le fonti, sempre. Bene, le ho cercate. E ho trovato che quell'articolo altro non era che la traduzione di un articolo uscito due giorni prima sul Sun, quotidiano inglese noto per lo stile sensazionalistico. Che cita anch'esso Washngton e Harvard, senza fornire dettagli ulteriori degli studi originali. Scopro poi che la notizia, confezionata esattamente a quel modo, girava in rete già da qualche anno: nel 2016 era già stata data, con lo stesso tipo di narrazione. Cerco allora negli archivi digitali della letteratura medico-scientifica tutto ciò che Washington e Harvard hanno pubblicato su qualsiasi legame tra vino e salute. E finalmente, andando a ritroso anno dopo anno, trovo l'articolo originale che ha generato il tutto: risale al 2010 e si intitola "Alcohol consumption, weight gain, and risk of becoming overweight in middle-aged and older women".

Haha, vale solo per le donne, quindi posso insistere con la dieta!
Ci dispiace cari uomini potete tenervi la pancia! No eh? La Losa è implacabile e ha ragione.

Il lavoro scientifico descritto è qualcosa di discretamente solido e ha seguito per ben 13 anni un totale di oltre 19.000 donne. Solido, verrebbe da dire. E infatti. Ma cosa dice in realtà l'articolo? Parla di dimagrimento? Assolutamente no: di nessuna di quelle donne si dice che sia dimagrita. Le donne dello studio, nei 13 anni dello stesso, sono ingrassate. L'appiglio, volutamente travisato per creare scalpore, è stato che, di quelle donne, un certo sottogruppo è ingrassato meno delle altre. E in questo sottogruppo è stato osservato un modesto consumo di alcol. Causa-effetto? No, la ragione sta altrove: quel sottogruppo, infatti, era anche - guarda caso - il gruppo che ha mangiato meno in totale! Ricapitolando, uno studio che ha osservato minor aumento di peso tra donne che mangiavano meno è diventato uno studio che avrebbe dimostrato come due bicchieri di vino la sera facciano dimagrire. Magia dell'interpretazione.

Ok grazie, rinuncio alla dieta, per quest'estate scelgo abiti larghi e mi dedico alle fake sulla salute, una particolare.


La scienza cucita sulle convinzioni

Una ricerca scientifica parte da una domanda e il metodo scientifico prevede che gli esperimenti siano impostati in modo tale da dare una risposta. Il risultato può essere una conoscenza che prima non c’era (la scoperta) o anche niente, ma anche niente è una risposta. La cosa più importante per lo scienziato è porsi la domanda in modo laico e privo di pregiudizi e creare un piano sperimentale che consenta di dare una risposta affidabile. Se mi domando se essere vegani influisca con la capacità di giocare a basket la strada giusta non è quella di scegliere tra tutti i giocatori di basket Johnson che è vegano e Polansky che non lo è, sottoporli a una gara di tiri dalla lunetta e concludere, se vince Johnson, che condurre una dieta vegana porti a migliorare le performance cestistiche.

Per avere un risultato devo prendere un gruppo di giocatori vegani e uno di cestisti onnivori, farli giocare definendo una serie di parametri oggettivi e misurabili che caratterizzino il loro modo di giocare a analizzare il tutto. Ma non è nemmeno così semplice perché ognuno di loro non avrà tra le sue caratteristiche solo quella di essere o non essere vegano, ma sarà caratterizzato da tutta un’altra serie di variabili, l’altezza, il numero di diottrie, il numero di scarpe, la provenienza, la lunghezza delle braccia, il peso, l’allenamento ecc. E allora se dovessi approfondire con una seria analisi statistica troverei, se anche avessi visto una differenza nell’abilità dei due gruppi che avevo creato sulla base della dieta, che invece altre varaibili hanno un peso maggiore. Potrei trovare che l’altezza pesa sul tiro da sotto e le diottrie sul tiro da fuori ad esempio. E la mia capacità di analisi nell’individuare i fattori che determinano la bravura di un cestista si affinerebbe quanti più soggetti inserisco e quanto più sarò precisa nel caratterizzarli nella loro diversità. Insomma l’esperimento che avevo impostato all’inizio, Jonhson contro Polansky, non serviva per rispondere alla mia domanda. Se però io avevo impostato l’esperimento per provare una caratteristica della dieta vegana della quale sono una fan (siamo nel campo dell’ipotesi e dell’assurdo non mi fraintendete), il problema sono io, che ho impostato male sia la domanda sia l’esperimento, in quanto condizionata da un bias cognitivo (ne abbiamo tutti), una deviazione mentale che mi porta a pormi la domanda e darmi la risposta che cerco.

Perché ho fatto questa lunga metafora cestistica?
Non solo perché amo il basket e non sono vegana ma perché qualche tempo fa è uscito un articolo scientifico di un gruppo di autori (alcuni ricercatori alcuni no) pubblicato sulla rivista Open Access Nutrients dal titolo "Vive La Differece! The effect of Natural and Conventional Wines on Blood Alcohol Concentrations: a randomized, triple blind, controlled study" che affrontava l’ipotesi di una differenza di assimilazione dell’alcol in un gruppo di soggetti tra un vino convenzionale e un vino naturale con un disegno sperimentale esattamente identico al confronto Johnson VS Polansky. Non ho sbagliato a scrivere, il confronto era tra un campione di ogni tipo, due vini commerciali scelti perché ritenuti simili (nel paper si definiscono anche virtualmente identici o quasi identici) in quanto prodotti a non più di 10 km di distanza, da uve della stessa varietà (Cortese) e diversi solo per il metodo di coltivazione e di trasformazione, naturale in un caso e convenzionale nell’altro, senza alcun dettaglio ulteriore su clone, terreno, produzione a ettaro, microclima, gestione del vigneto, epoca di raccolta, grado di maturazione delle uve, modalità di pressatura/trattamento dei mosti, temperatura di fermentazione, durata della fermentazione, travasi, uso di altre tecniche come le chiarifiche, tipo di affinamento o periodo di imbottigliamento, per citare solo alcune delle variabili che entrano in gioco nel processo. Perché è vero che i due vini spiegano gli autori sono stati scelti perché quelli ritenuti più simili in una popolazione di 300 vini analizzati ma è anche vero che in un disegno sperimentale "più simili" significa tutto e niente. Poi ci sono le analisi che li caratterizzano, alcol, zuccheri, acidità volatile, estratto secco totale, residui di pesticidi e nient’altro. Le differenze sono nell’acidità volatile (maggiore nel vino naturale), nell’estrato secco (anche questo maggior nel vino naturale non filtrato) e nei residui di pesticidi che sono positivi e al di sotto dei limiti previsti per due principi attivi per il vino convenzionale.

Insomma una variabilità enorme non spiegata e non descritta, un sacco di gradi di libertà e la risposta attribuita a due soli campioni, nessuna replica, nessuna popolazione in grado di descrivere la variabilità interna a ogni gruppo.

L’indagine è svolta poi sottoponendo al consumo di una dose corrispondente a 2 unità di alcol (24 grammi) di ognuno dei due vini un gruppo di soggetti scelti in modo randomizzato e alla cieca a distanza di una settimana e misurando il BAC Blood Alcohol Concentration con un etilometro (nessuna indicazione del metodo, dello strumento o della sua sensibilità) ogni 20 minuti per due ore dal consumo, costruendo una cinetica di assorbimento comparata per ogni soggetto e poi analizzata come media dei 50 soggetti. Il risultato riportato è che il tasso di concentrazione medio in alcol nel sangue dei vini naturali ad alcuni degli intervalli misurati è significativamente minore di quello dei vini convenzionali. Si dice significativamente nell’articolo e lo si ripete diverse volte, ma nei grafici non si vede una barra di errore, non si conosce l’incertezza del metodo né la variabilità esistente per i vini appartenenti allo stesso gruppo (di quanto differisce mediamente tra vini diversi l’assorbimento dell’alcol?). Ma anche se le differenze fossero significative è il disegno sperimentale stesso che non consente di spiegarne il perché e sicuramente non permette di estendere l’informazione a una eventuale differenza esistente tra vini naturali e vini convenzionali. A essere diversi, sempre che siano diversi, non è chiaro il perché, sono solo il Cortese A dal Cortese B.

Alla fine nella discussione nelle conclusioni però è questo quello che si dice: che il risultato porta a imporanti implicazioni cliniche e che i vini naturali comportano un minor rischio di intossicazione da alcol. Vi sembra serio? E si attribuiscono le differenze riscontrate all’estratto secco e ai residui di pesticidi (perché erano diversi e perché sono tra i parametri che si sono analizzati non perché se ne analizzi il peso statistico cosa che del resto su due campioni soli non si potrebbe fare) ma anche a parametri non analizzati e che potrebbero essere diversi, come il contenuto in polifenoli o in amminoacidi. Nessun cenno all’acidità volatile che invece era diversa, molto diversa. Insomma sui risultati e sull’esperimento che ha portato ai risultati, si sarà capito, ho qualche perplessità, magari i risultati sono veri ma non è questo l’esperimento che lo prova.

Eh ma è stato pubblicato su una rivista scientifica! Ecco, questa forse è la cosa più paradossale di tutta la storia, quindi probabilmente sono io che sto sbagliando, visto che la ricerca e l’artciolo sono passati al vaglio di una peer review..I commenti dei referee in effetti ci sono e sono pubblici (le obiezioni sono proprio più o meno quelle che vi ho detto, sulla rappresentatività del campione ecc. ecc.), eppure l’articolo è uscito. Approfondisco.
L’articolo è stato pubblicato sulla rivista Open Access Nutrients della casa editrice MDPI, l’Impact Factor nel 2017 era di 4,2, non male, quindi forse sono io che sbaglio.
Approfondisco ancora.

Mi viene in aiuto nientemeno che Science
: pare che nell’agosto scorso 10 senior editors compreso l’editor in chief, il direttore, Jon Buckley si siano dimessi accusando di aver ricevuto pressioni da parte dell’editore per far pubblicare articoli e ricerche di qualità mediocre, e che quindi il board sia stato sostituito con un gruppo di editor più "accomodanti" e in linea con le direttive di MDPI. Perché? Nel mondo dell’editoria scientifica si parla di riviste predatorie ed è un problema serio, l’altro lato della medaglia dell’Open Access. Se l’editoria cioè non guadagna con gli abbonamenti e rende le pubblicazioni gratuite e accessibili online a tutti, a pagare sono i ricercatori che pubblicano e il fee a volte è anche abbastanza salato (per Nutrients secondo quanto riporta Science si parla di 1800 $ a pezzo). Niente di male se poi il processo di approvazione o rifiuto procede come sempre, molto peggio se invece l’editore pur di aumentare gli ingressi abbassa l’asticella e spinge i suoi editor a fare altrettanto.

Insomma “lo dice la scienza” non è sufficiente, bisogna fare attenzione a chi lo pubblica e se si è scienziati anche con chi si pubblica.
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