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Elba, tra vigne e sapori

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Elba, tra vigne e sapori
"Andiamo in vacanza all’Elba".
Una di quelle frasi dal potere taumaturgico che porta subito il sorriso sulle labbra e immagini di spiagge bianche lambite da acque cristalline e incantevoli calette da scovare in barca o con delle belle camminate. E poi, quella di un piatto di polpo lesso – una delle specialità isolane – accompagnato da un calice di Vermentino da sorseggiare godendosi il tramonto, senza pensarci troppo su.

Ma l’Elba in realtà è molto più che un’isola “balneare”, e anche nel bicchiere ha qualcosa di più interessante da raccontare.

Solo dagli anni ’80 qui il mare è diventato una risorsa turistica da sfruttare e preservare al tempo stesso, insieme alla natura selvaggia e affascinante dell’isola. Dopo un periodo di “movida”, oggi l’Elba è una meta perfetta per il relax, ma anche per delle vacanze attive all’insegna della natura e il movimento – tra trekking, bici e immersioni –, della storia e dell’enogastronomia.


Come spesso accade sulle isole, qui il mare è stato considerato spesso un nemico, o qualcosa di cui aver paura; la maggior parte dei pescatori locali hanno origini ponzesi, erano loro – esperti, scafati – a sfidare le acque dell’Arcipelago per riportare a riva totani, acciughe, palamite e altro. Gli elbani, invece, sono sempre stati per lo più contadini, e poi minatori – l’ultima miniera ha chiuso nel 1981, e oggi i resti degli impianti sotto e sopra il suolo nella parte est dell’isola, tra Rio e Capoliveri, formano un affascinante museo diffuso che si dipana tra cunicoli sotterranei e scivoli a picco sul mare, oltre che tra ruderi sommersi – o operai degli altiforni.

Le loro sorti hanno seguito quelle dell’isola che, abitata fin dai tempi preistorici, fu governata da uomini come Cosimo de’ Medici – a lui si deve gran parte dell’attuale impianto urbanistico di Portoferraio, città utopica all’epoca battezzata Cosmopoli, e pure la creazione delle saline che oggi sono usate a scopi termali – e Napoleone Bonaparte, che visse qui soltanto per pochi mesi – tra il 1814 e il 1815 – ma trovò il tempo non solo di progettare reti viarie e aziende agricole modello ma ebbe anche un ruolo importante nella storia vitivinicola elbana.


Napoleone e il vino dell'Elba


Se qui la vigna era da sempre presente, abbarbicata sui terrazzamenti delle colline elbane – già Plinio il Vecchio la definiva insula vini ferax, isola feconda di vino – e ogni famiglia aveva una “lenza” (un filare) di aleatico per farne il vino per le ricorrenze e gli ospiti di riguardo, l’imperatore francese che, Champagne a parte, preferiva i grandi rossi di Borgogna fece impiantare diversi vitigni francesi nei terreni che circondavano la bella residenza di San Martino. “

Aveva pure immaginato due etichette – il rosso Côte de Rio, ispirato al colore rosso delle montagne ricche di minerali, e il bianco Monte Giove che richiamava il granito dell’omonima cima – e calcolato con precisione (poi confermata dalla vendemmia del 1815, anche se lui non ne vide i frutti)q uanti barili ne avrebbe ottenuto”, racconta Gloria Peria, direttore scientifico degli archivi storici dell’Isola d’Elba. È stata lei, con la sua ricerca approfondita ed estesa, a trovare circa dieci anni fa le tracce del Privilegio dell’Imperatore, documento che può essere considerato una sorta di DOC ante-litteram e che è stato al centro del recente convegno “Isola d’Elba, avamposto della civiltà rurale nel Mediterraneo”.

“L’Elba era diventata possedimento francese già tra il 1801 e il 1802, ma non era certo una terra ricca; l’unica risorsa di un certo valore era proprio il vino, ottenuto dalle vigne coltivate soprattutto nel versante ovest dell’isola”, racconta la dottoressa Peria. “I Francesi però decretarono un aumento della coscrizione militare, sottraendo braccia preziose all’agricoltura e alla viticoltura elbana. Così nel 1809 i funzionari elbani sottoposero una supplica alla Granduchessa di Toscana Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone e all’epoca titolare dell’Isola D’Elba, che già aveva convinto il fratello a evitare la coscrizione per i Lucchesi, chiedendo uno sgravio dai dazi doganali. Bonaparte cedette ancora una volta alle richieste della sorella ed emanò un decreto che aboliva le tasse di pedaggio ai vini elbani, equiparandoli di fatto ai vini di Francia e permettendone il libero accesso alle coste francesi se provvisti di un certificato di origine”.

Per godere del Privilegio – che resterà in vigore anche dopo la fuga di Napoleone dall’isola – i vini dovevano viaggiare accompagnati da un documento che ne attestasse origine, destinazione e il nome del capitano e della nave, oltre ad avere delle fialette di vino prelevato all’origine per eventuali ispezioni, pena la revoca della dispensa. “Ad esempio, l’Elba venne avvisata di un grande carico di vino partito da Napoli e venduto come elbano, a quanto pare intercettato e bloccato”. Il primo caso di contraffazione vinicola?

Al di là delle reminiscenze storiche, oggi il panorama dell’Elba è variegato e interessante.

Sono diverse le Doc isolane: dall’Elba Bianco, perfetto con il pesce, e l'Ansonica secco, da provare tanto con i crostacei che i dessert, all’Elba Rosso che può accompagnare tanto le carni alla brace che una zuppa di pesce (come la versione isolana del cacciucco, con pesci poveri). Ma tra le denominazioni ci sono pure l’Elba Rosato, il Rosso Riserva e il Moscato Passito, perfetto con il dolce. E soprattutto l’Aleatico Passito, DOCG dal 2011,che sembra nato apposta per accompagnare la schiaccia briaca, il tipico dolce natalizio tipico elbano – ormai diffuso tutto l’anno – a base di farina, lievito, noci, pinoli, uvetta, mandorle, olio d’oliva e vino.


Le cantine e gli indirizzi da scoprire


Numerose le cantine, da quelle più tradizionali a quelle più innovative. E non mancano di certo anche le occasioni – e gli indirizzi – per provare le diverse etichette dell’isola accompagnandole con i sapori locali. Possibilmente, vista mare.

Montefabbrello

A Schiopparello, poco lontano da Portoferraio, Dimitri Galletti e la moglie Nelly hanno riavviato l’azienda agricola della famiglia di lui, riuscendo negli anni a mettere insieme 15 ettari disseminati tra i terrazzamenti e le zone pianeggianti di questa porzione di isola per coltivare vigna, ma anche olivi e grano Senatore Cappelli con cui si producono olio extravergine (un blend di Moraiolo, Pendolino, Leccino e Frantoio) e le farine con cui realizzano pasta fresca e secca. Le uve coltivate sono vermentino (alla base del Trasassi, che rimanda alle vigne circondate dai muretti a secco tipici dell’isola ricreate pure nel giardino aziendale), procanico, pinot grigio (alla base del nuovo Setteventi, prima etichetta isolana di questa tipologia lanciata con un tour di eventi che ha coinvolto sette artisti nei sette comuni dell’Elba) e nero (con cui si fa uno spumante metodo classico), merlot, sangiovese e naturalmente aleatico e ansonica.

E se l’Aleatico diventa un intenso e vellutato vino passito DOCG, l’Ansonica è il protagonista principale con ben tre versioni: il Sasso di Leva, bianco secco di buona struttura, il Passito (con una piccola aggiunta di moscato e appassimento in vigna) e l’etichetta dedicata alla Zampicata, l’annuale festa contadina per l’ultimo giorno della vendemmia organizzata nel palmento etrusco ricreato appositamente per riprodurre in tutto e per tutto l’antico vino dell’isola. In questo caso l’uva, pigiata con i piedi – chiunque può partecipare, seguendo le indicazioni – resta sulle fecce fino all’imbottigliamento, senza aggiunta di lieviti selezionati; il risultato è un intenso e ricco vino bianco (vinificato in rosso), prodotto in quantità molto limitata, che regge il confronto anche con carni rosse o con le ricette contadine elbane, tradizionalmente di terra.

Come quelle che si possono assaggiare nel grazioso ristoro agrituristico – aperto tutte le sere da Pasqua a dicembre – a cura del “cuoco agricolo” Massimo Poli (che cura pure i prodotti de L’Elba in Un Barattolo, perfetti per portarsi a casa un gustoso ricordo dell’isola) : in menu taglieri di salumi e formaggi toscani o belle selezioni di caprini e pecorini dell’isola, le paste fresche della casa (come il tortello di ricotta con fagiolini, limone e crema di patate) o il tris di zuppe di legumi e verdure ed erbe aromatiche dell’orto, Chianina o Cinta Senese alla griglia o al forno a legna, il pollo in umido con i capperi e i dolci della casa. Ma pure – per chi non vuole rinunciare al mare – un “menu elbano” a base di pesce locale, tra cui i deliziosi tagliolini con le acciughe e il polpo “alla forchetta”: bollito intero senza pulirlo, con poco sale, peperoncino e alloro, tenendolo poi nell’acqua di cottura a fuoco spento, si mangia così com’e senza bisogno di aggiungere altro.


Arrighi Vigne e Olivi


Di valide cantine sull’isola ce ne sono diverse, ma poche offrono tanta varietà di proposte – intese come etichette e non solo – e tanto spirito d’iniziativa come quella della famiglia Arrighi, oggi guidata dal vulcanico Antonio.

Situata sulle colline alle spalle di Porto Azzurro, nella parte orientale dell’isola, conta 12 ettari di superficie – negli anni ’70 si erano ridotti solo a due – all’interno del Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano tra cui diversi vigneti recuperati con un grande e paziente lavoro dai terrazzamenti in gran parte abbandonati e ricoperti dalla a vegetazione selvaggia. Ma Arrighi sta lavorando già a nuovi impianti per sfruttare al massimo le condizioni naturali dei terreni elbani, lavorando più in vigna che in cantina.

Tranne che per le sue sperimentazioni: dai vini in anfora – per esempio l’Hermia Igt Toscana Bianco, da uve viognier che sostano a lungo sulle bucce, realizzato anche nella versione maturata in barrique con il VIP Igt Toscana Bianco per esaltare le differenze tra i materiali e le caratteristiche varietali – alla recente “avventura sottomarina” in collaborazione con Attilio Scienza.

In occasione di un convegno sui vini dell’Elba il professore aveva lanciato la “sfida” a chi volesse cimentarsi nel replicare le imprese enologiche dei Greci dell'isola di Chio, che producevano vini leggendari – Varrone li definiva “vini dei ricchi” – ottenuti immergendo le uve nell’acqua marina: quale miglior luogo di un’isola?
Arrighi ha risposto subito e così è partita l’esperimento del Nesos, raccontato anche nell’affascinante documentario Vinum Insulae presentato di recente al 26° Festival International Œnovidéo di Marsiglia, dove ha vinto il premio come Miglior Cortometraggio, a riconoscimento della qualità tecnico-artistica dell’opera, e quello della Revue des Œnologues, per l’originalità e il valore della sperimentazione.

Per realizzare questo vino unico – ancora da mettere a punto, naturalmente, perché si è trattato di un esperimento basato esclusivamente sulle fonti storiche raccolte dal prof. Scienza – Arrighi ha scelto le uve di ansonica: “È la varietà più resistente, nata anticamente da un incrocio tra i vitigni greci roditis e sideritis”. Sistemate in apposite ceste di vimini realizzate ad hoc, le uve vengono fatte sostare per 5 giorni nell’acqua di mare, che riesce a levare la pruina – sostanza protettiva simile alla cera – presente sulla buccia. In questo modo il seguente appassimento delle uve è più rapido e permette di mantenere di più gli aromi, esaltati dalla fermentazione in anfora. “Le prime prove ci hanno dato un vino un po’ salato ma privo di grandi difetti, ottenuto senza aggiungere né solfiti né lieviti selezionati”. Non resta che attendere e vedere quali saranno le evoluzioni del vino, e del progetto. Intanto ci si possono godere le altre etichette della cantina, magari partecipando al bel percorso di wine trekking che si conclude con una degustazione tra le vigne.


Pescheria Gastronomia da Antonietta

Lungo la strada che porta al grazioso borgo di Capoliveri, questa pescheria è una tappa sicura tanto per comprare del buon pescato fresco – che arriva giornalmente dai due pescherecci dei fratelli della signora Antonietta – da portare a casa e cucinare, quanto per fare scorte del buonissimo tonno in olio extravergine d’oliva o del saporito sugo di polpo, perfetto per condire la pasta. Ma il negozio è anche gastronomia, con una bella scelta di preparazioni marinare pronte da mangiare: risotto di mare, polpette di tonno, alici e sgombri marinati, cacciucco servito con una fetta di pane tostato ben agliato. Perché qui, oltre che prendere il cibo da asporto, ci si può anche fermare a mangiare qualcosa seduti ai semplici tavolini esterni vista mare. Fermatevi al tramonto, magari per un aperitivo lento con una frittura espressa (su ordinazione) e un’artigianale Birra dell’Elba.


Elba Magna

Se volete assaggiare i veri sapori dell’isola – per lo più (moderatamente) dolci, ma non solo – non potete non passare al negozio di Gabriele Messina a Lido di Capoliveri, oppure nella graziosa enoteca nel centro storico del paese gestita dalla gentilissima Angelica.

Messina si è messo a ricercare e ricreare le antiche ricette isolane, con un vero lavoro filologico. Così, da Elba Magna si trova la tradizionale schiaccia briaca di Capoliveri (con il Passito rosso) e di Rio Marina (con il Passito bianco) e l’originale Schiaccia dell’Armistizio (metà e metà) creata da Gabriele per “metter pace” alla diatriba tra i due paesi.

Ma anche la versione più povera dell’altro versante dell’isola, la schiacciunta (a base solo di acqua, farina e zucchero) e la schiaccia del minatore, con fichi e mandorle, che ci si portava in miniera come pure l’imbollita – ormai introvabile altrove –, buonissimo e portentoso “snack energetico” a base di fichi, miele e vino liquoroso.

Poi c’è il panficato, un “pane” basso e compatto arricchito di fichi (e cioccolato, volendo) di cui Gabriele ha ricostruito la ricetta partendo dalle vaghe indicazioni della nonna e procedendo con prove su prove. E ancora, due prodotti unici e curiosi: la sportella (biscotto tipicamente pasquale all’anice dalla forma a ciambella un po’ ovale) e il cerimito, dall’impasto simile ma con aggiunta di noci, sale e pepe e lavorato dalla forma vagamente fallica. La tradizione voleva che nella Domenica delle Palme i ragazzi ne donassero uno, ben infiocchettato, alla donna che volevano sposare; se il sentimento era contraccambiato, lei a Pasqua gli avrebbe donato una sportella, celebrando poi il fidanzamento all’eremo di Santa Caterina nel giorno di Pasquetta. In caso contrario, visto l’approccio piuttosto esplicito, era meglio non farsi più vedere dalla famiglia di lei!

Tanto il cerimito che il panficato – poco dolci e molto saporiti – si prestano anche alla preparazione di gustosi bocconi d’aperitivo. Fermatevi qualche decina di minuti nella piazzetta di Capoliveri per assaggiare una fetta di panficato con la soppressata saltata in padella con aceto di Aleatico o un crostino di cerimito con caprino e confettura di cipolla, da accompagnare con un buon calice.

Il Sunset Bar del Forte Falcone e l’Enoteca Calata Mazzini

Per godersi un buon calice di vino elbano – magari un Aleatico Spumante della Tenuta Le Ripalte, bellissima struttura dove si può anche soggiornare o anche un insolito Chardonnay come il Lazarus dell’azienda Valle di Lazzaro – e il panorama sul suggestivo porto di Portoferraio, dalla scorsa estate ci si può arrampicare fin su in cima al bel Forte Falcone, fortificazione medicea che domina il promontorio e da lì la rada del porto.

Oltre alle sale museali dedicate a Napoleone e alla storia dell’Elba, qui c’è il Sunset Bar, gradevole costola estiva della fornita enoteca Calata Mazzini 15 dove Fabrizio Falcone ha messo insieme ben 700 etichette che raccontano soprattutto la produzione elbana e toscana ma anche belle “divagazioni”, dal Piemonte alla Champagne. Ma se in calata Mazzini 15 ci si va soprattutto per far scorta di bottiglie – e di olio extra vergine di oliva, miele, confetture e birra artigianale – tutto made in Elba, anche grazie ai consigli di Fabrizio, al Sunset ci si ritrova invece per un aperitivo o un dopocena ma anche per qualche piatto semplice ma ben fatto.


Il Castagnacciaio

Nel cuore di Portoferraio, questo semplice locale oggi portato avanti con passione e orgoglio dal signor Alfredo propone sostanziose pizze ben condite o la tradizionale (e buonissima) cecina, o torta di ceci: farina di ceci, olio, acqua e sale mescolati insieme e cotti nella grande teglia tonda al forno a legna.

Potete anche prenderla a portar via ma se avete qualche minuto in più fermatevi ad ascoltare la storia: l’insegna nasce a Rio Marina agli inizi del ‘900, da un tal Pietro che arriva da Altopascio e si porta dietro la ricetta della “bozzima”, pizza di acqua e castagne, perfetta per sfamare i minatori. Dal 1945 il locale si trasferisce a Portoferraio, nei locali al piano terra di un palazzo bombardato dai tedeschi e quindi messo in vendita. Alfredo inizia ad aiutare il titolare, figlio del fondatore, imparando da lui tutti i segreti e raccogliendone infine il testimone e facendo crescere il locale negli spazi e nella fama ma senza cambiare una virgola della ricetta della torta di ceci.


Bitta 20

Se volete assaggiare una buona cucina di pesce e qualche specialità locale piacevolmente rivista, senza perdervi il fascino dello “struscio” serale sul lungomare di Portoferraio, questo curato ristorante è il posto giusto. A coordinare la cucina c’è lo chef Michele Nardi, che segue anche altri progetti tra cui quello dell’active food, con menu e ricette sane e adatte agli sportivi o a chi è a dieta a base di prodotti elbani.

Niente paura però, al Bitta 20 trovate un bel menu pensato soprattutto per chi ama la buona cucina, tra piatti della tradizione – sul menu giornaliero – e proposte più improntate alla modernità. Potrete scegliere quindi tra la buridda di baccalà, la palamita sottolio con panzanella, i paccheri al ragù di polpo con fonduta di provola affumicata, il cacciucco all’elbana (senza crostacei), la minestra di totani e biete, oppure sperimentare con le proposte originali. Dal menu di giugno citiamo: polpo alla brace con patate soffici affumicate e carciofi alla nepitella, risotto ai crostacei con carpaccio di gambero rosso e spuma di bufala, trancio di palamita alle erbe elbane con crema di piselli e pomodori confit.


In apertura, la vista dal Forte Falcone. Altre foto nell'album collegato
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