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Bag in box, il vino in scatola

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Bag in box, il vino in scatola
Nell'immagine di copertina, analisi del ciclo di vita del prodotto (LCA) condotta da Bio Intelligence Service sull‘impatto ambientale dei diversi packaging nei mercati nordici di Norvegia e Danimarca, misurata in emissioni di CO2 equivalente prendendo come unità funzionale (FU) analizzata le fasi di confezionamento e distribuzione di 1000 litri di vino.


Innovare nel packaging del vino non è facile e i motivi sono diversi. C’è il fatto che per i vini destinati a essere consumati anche diversi anni dopo il confezionamento, quello che avviene a livello chimico nella bottiglia fa parte dell’evoluzione attesa del prodotto. C’è il fascino del vetro, con la sua trasparenza e la sua inerzia. E naturalmente c’è il rituale della presentazione e del servizio.

Sostituire del tutto il vetro e la bottiglia non è quindi pensabile anche se qualcosa si può fare, soprattutto per alcuni prodotti destinati al consumo giovane o a occasioni di consumo domestica o outdoor.

Del resto per i tappi sdoganare il concetto che al sughero ci siano delle alternative di qualità è stato possibile e di conseguenza, con i mercati e i consumatori che cambiano gradualmente, anche l’accettabilità per brik, Bag in Box e lattine probabilmente aumenterà. I segnali già ci sono da qualche anno soprattutto nei paesi Scandinavi e anglosassoni ma non solo.

Se per il sughero la motivazione a trovare delle alternative era legata soprattutto al rischio di TCA, per i contenitori la chiave che guida al cambiamento è molto potente e si chiama sostenibilità. Perché sebbene il vetro sia un materiale eccezionale e per di più riciclabile, le vetrerie ahimè sono industrie estremamente energivore. Per fare e per trasportare le bottiglie ci vuole un sacco di energia e si produce tanta CO2 .

Va detto che l’industria del vetro insieme ai produttori vinicoli si stanno ingegnando e quindi, superato il periodo in cui si era diffuso l’assioma che legava la bottiglia pesante al vino di qualità, si stanno producendo bottiglie che, a parità di estetica, sono sempre più leggere, con un vantaggio sensibile sulle emissioni e sui consumi. Nel grafico si capisce bene anche che l'impatto misurato in termini di emissioni di anidride carbonica equivalente per unità funzionale di 1000 litri di prodotto, è legato anche alla dimesione della confezione (a volumi maggiori corrisponde naturalmente una minore quantità di materiali di confezionamento, un BiB da 5 litri cioè impatta meno di uno da 3 ma entrambi generano molte molte meno emissioni della bottiglia da 750 cc).


Il Bag in Box

Il Bag in Box è stato inventato dalla società americana Scholle megli anni ’50 e consiste in una sacca flessibile in materiale plastico multistrato riempita e sigillata attraverso un’apertura dove viene inserito un rubinetto e quindi posta in una scatola. Alla sua apertura la sacca si svuota ma non lascia entrare l’aria, garantendo in tal modo che il prodotto resti sempre uguale e non si ossidi nel periodo di consumo (entro certi limiti che sono però dell’ordine dei mesi).

Dal punto di vista tecnico le buone pratiche si concentrano sul riempimento (che deve essere fatto con degli impianti appositi), la corretta solfitazione (che non significa mettere più solforosa ma fare in modo di avere a parità di contenuto una maggiore frazione attiva), la sterilità in fase di imbottigliamento (una rifermentazione in una confezione che si gonfia come un palloncino è decisamente da escludere), la scelta dei materiali della sacca e le condizioni di conservazione che influiscono sulla shelf life delle confezioni (ma la stessa cosa anche se talvolta si dimentica vale anche per le bottiglie).

Gli unici vini che non vanno nel BIB, oltre a quelli destinati all'invecchiamento, sono i frizzanti e gli spumanti, per i quali l'unica alternativa al vetro potrebbe essere la lattina.

Niente sprechi, una confezione pratica e adatta al consumo domestico o ad esempio alla mescita, costi di trasporto bassi (il BiB è schiacciato quando è vuoto e impilabile quando è pieno) e per il consumatore, che secondo il sito ad esempio del Black Box di Constallation brand, ha la possibilità di aggiudicarsi dei vini di qualità a prezzi inferiori del 40% rispetto a quelli dei vini imbottigliati.

Perché proprio qui sta la sfida.
Il Bag in Box soprattutto all’estero sta giocandosi la carta dei vini di qualità. I primi consumatori a raccogliere il guanto sono stati già da qualche decennio quelli dei paesi Scandinavi, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, dove il Bag in Box di piccolo formato, da 3 litri va per la maggiore.

In Francia il BIB è esploso negli ultimi anni (secondo un’idagine di Agrimer, l’agenzia di informazione sui mercati agricoli del Ministero dell’Agricoltura Francese, nel 2014 rappresentava il 36% sul totale dei vini confezionati venduti) e giocandosi la carta della sostenibilità, sta interessando anche i vini Bio e quelli con basso tenore in solfiti (ma attenzione, i rischi di inquinamento nelle sacche si pagano cari, quindi un vino senza solfiti richiede quantomeno una microfiltrazione sterilizzante e delle condizioni di riempimento ineccepibili).

E negli USA i vini in scatola (o anche le sacche “stand up” senza scatola) vanno forte per i prodotti di qualità acquistati online dai Millennials che ne approfittano in occasioni outdoor durante un party o un bbq…insomma è molto cool (una cosa che potrebbero fare Joey Tribbiani e Chandler Bing).

Nel 2016 i Premium box secondo quanto riportato dagli analisti di Wines & Vines  sono cresciuti del 24,2% e i due prodotti leader della tipologia, Black box di Constallation e Bota box di Delicado Family si sono aggiudicati rispettivamente il terzo e il quinto posto per i vini con maggiore incremento annuo nelle vendite.

In Italia i produttori che affrontano l’avventura del vino in scatola sono ancora pochi e le crescite sono molto lente (nel 2015 secondo Il Vino in Numeri del Corriere Vinicolo la crescita era dell’1,5%) ma alcuni nomi anche blasonati come ad esempio il Barone Ricasoli hanno già da qulche tempo affermato il proprio marchio nei mercati Scandinavi proprio con un Premium wine in Bag in Box.

Negli ultimi anni poi sono nate società di servizi con mezzi di riempimento mobili in grado di fare BIB a regola d’arte (la fase di reimpimento sia per il rischio di contaminazioni sia per quello delle ossidazioni è cruciale). Basta forse un po’ di coraggio e di fiducia nel consumatore, che non sempre e non necessariamente associa il vino nel cartone (e che dire della lattina?) alla bassa qualità.

Del resto rispolverare il ricordo dei vini Giacobazzi ogni volta che si propone un packaging alternativo corrisponde a guardare indietro di più di trent’anni. I vantaggi ci sono, la sostenibilità anche e per di più chi fa bag in box ha una superficie di cartone grandissima a disposizione dei grafici dove poter spiegare e raccontare la propria scelta.

La bottiglia continuerà ad avere il suo fascino, nessuno lo mette in dubbio, ma non è detto che debba restare da sola.
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