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Il caprettone, questo (s)conosciuto

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Il caprettone, questo (s)conosciuto
È probabile che non sia nemmeno il nome più curioso in assoluto (che mi dite di cacamosca?), ma caprettone – vitigno a bacca bianca diffuso solo e soltanto in provincia di Napoli, in 16 comuni alle pendici del Vesuvio – è sicuramente tra quelli più originali. Semanticamente ricompreso in un'astratta categoria di uve “vicine” al mondo animale (avete presente piedirosso e coda di volpe?!), è abbastanza intuitivo capire che la scelta del nome di battesimo deriva dalla forma del grappolo, in tutto e per tutto simile alla barbetta di una capra.


L'iscrizione nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite

A lungo erroneamente confuso con il coda di volpe, il caprettone è stato iscritto nel registro nazionale soltanto il 20 ottobre 2014, all'esito di un percorso di studio e di microvinificazioni condotto con l'Università Federico II. Prima che la varietà, però, potesse essere legalmente menzionata, s'è dovuto attendere l'autorizzazione all'etichettatura transitoria del 24 giugno 2017, successiva alla proposta di modifica del disciplinare di produzione avanzata dal Consorzio Vesuvio (che aveva ottenuto il riconoscimento soltanto nel 2015), approvata a novembre 2017. Il monovarietale caprettone (anche per la tipologia spumante) è ora possibile nell'ambito della Doc Vesuvio; il vitigno è poi utilizzabile in uvaggio per il Lacryma Christi (anche qui sia bianco che spumante).


Numeri e caratteristiche


Il Parco Nazionale si sta impegnando per favorire il recupero di ben 150 ettari abbandonati nell’area del Vesuvio, ma all'attualità la superficie vitata complessiva ammonta ad appena 250 ettari, di cui la metà riservata alle uve a bacca bianca. Sono una ottantina, invece, gli ettari effettivamente vitati a caprettone.

L'identikit del vitigno è quello tracciato in una pubblicazione edita dalla regione Campania nel 2001, “La risorsa genetica della Vite in Campania”, che peraltro già evidenziava forti dubbi sulla sinonimia con il coda di volpe: “molto vigoroso, con elevata produzione di legno, che si adatta poco alla potatura corta. Di fertilità non elevata, produzione non costante, la maturazione avviene intorno alla seconda metà di settembre; piuttosto resistente alle comune crittogame e, in particolare, alla botritis per via della scarsa compattezza del grappolo e la spessa buccia dell’acino. Raggiunge un buon livello zuccherino alla raccolta ma l’acidità titolabile non è elevata”.

Quelli che vi si ottengono sono perciò vini tendenzialmente avari di profumi (in questo c'è una certa sinonimia con il coda di volpe), con ridotta acidità, ma nel contempo capaci di restituire colore e struttura. Il resto lo fa evidentemente la natura vulcanica dei terreni, "responsabile" di quel plus in termini di mineralità e sapidità, caratteristiche tanto più evidenti con il passare del tempo.


Il caprettone, questo conosciuto

La masterclass a cui ho partecipato qualche settimana fa, durante Off - Ottaviano Food Festival, è stata un'ottima occasione per farsi un'idea dello stato dell'arte. Sei vini in tutto, equamente divisi tra spumanti e vini fermi.

Tra i primi, se il Lacrima Christi del Vesuvio Bianco Spumante Millesimato Enoch 2015 della Casa vinicola Ferraro è parso avere maggiore verticalità rispetto al Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Spumante millesimato 2017 di Sorrentino, uno charmat lungo con un saldo di falanghina che invece è un brut (e forse anche piuttosto alto) e finisce per smussare alcune asperità, la conferma è il Caprettone Spumante metodo classico millesimato Pietrafumante 2016 di Casa Setaro: una bollicina di carattere, di grande complessità e cremosità, per cui non sono affatto spesi male i 20 europei necessari per tirarla giù dallo scaffale.

Caprettone

I 3 vini fermi erano, invece, tutti Vesuvio Dop Caprettone. L'Hicarnus 2017 di Tenuta Augustea era pulito ed essenziale, nell'Emblema 2018 di Cantine Olivella mi sono sembrati apprezzabili gli sforzi fatti per dare una veste olfattiva e gustativa di maggiore piacevolezza.

Caprettone

La vera sorpresa, almeno per quanto mi riguarda, è stato il 2018 di Fuocomuorto, che al netto di qualche piccola imperfezione (dovuta probabilmente a vinificazione e imbottigliamento diciamo molto artigianali) m'è parso incarnare al meglio le caratteristiche del Caprettone, vino gregario, per usare una metafora ciclistica, e in questo decisamente simile al coda di volpe. Voglio dire, inutile stare lì a roteare il calice, né pensare a chissà quali doti di acidità (cui si sopperisce con un'attenta gestione delle curve di maturazione), che non a caso alcuni sostengono sia questo il motivo per cui il Lacryma Cristi prevedeva il blend con la falanghina, ben in grado di dare un contributo più decisivo in termini di freschezza. La sapidità è l'elemento centrale, quello che da' equilibrio e che impedisce al vino di appiattirsi: quando si dice il marchio a fuoco del terroir.

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