assistenza whatsapp: +39 347 211 9450

Terregiunte: un bene o un male per il sistema viti-vinicolo italiano?

inserito da
Terregiunte: un bene o un male per il sistema viti-vinicolo italiano?
Terregiunte – Vino d’Italia è il vino nato dal nuovo progetto che unisce Masi Agricola e Futura 14, ossia la ragione sociale della cantina di Bruno Vespa, nota anche come "Vespa Vignaioli per Passione".

Poi lo descrivo meglio, qui però è giusto chiarire la legittimità della domanda del titolo di questo post.
I padri di questo vino, oltre a Sandro Boscaini, patron di Masi Agricola, e Bruno Vespa (che non ha bisogno di presentazioni in qualsiasi ambito), sono Riccardo Cotarella, enologo consulente di fama internazionale e Presidente di Assoenologi dal 2013 e Andrea Dal Cin, Direttore Enologico in Masi dal 2002. I padrini sono altrettanto illustri, trattandosi dei Governatori di Veneto e Puglia Luca Zaia e Michele Emiliano, che hanno benedetto questa unione durante la presentazione della prima annata, il 2016, avvenuta lo scorso 21 agosto a Cortina.

Stiamo parlando quindi di personalità che quando si muovono, anche nolenti, hanno un’influenza sul vino italiano. Ricordo tra l’altro che Boscaini è il presidente di Federvini in carica ed i vini di Vespa si sono collocati fin da subito ai livelli dell’eccellenza qualitativa, meritando i Tre Bicchieri del Gambero Rosso.

A maggior ragione la ricaduta sul vino italiano si manifesta quando, come in questo, sono volenti ossia quando nella presentazione del vino si è fatto riferimento ad una visione strategica volta a realizzare un “Vino d’Italia”, superando la classificazione e frammentazione in DOCG, DOC, IGT, anche come strumento per migliorare le performances del nostro settore in mercati meno enologicamente acculturati come quello cinese.

Cito ad esempio la dichiarazione di Boscaini riportata dall’articolo sul sito del Gambero Rosso:

"Terregiunte porta un messaggio moderno, un più comprensibile made in Italy per paesi come la Cina, dove è pura utopia pretendere che si conoscano le tante, troppe – pur eccellenti – denominazioni territoriali del nostro paese".

Per non parlare poi dei concetti di "unità d'Italia", "storica amicizia che le la Puglia al Veneto", ecc… che sono stati legati a questo progetto.

In realtà il concetto di "Vino d’Italia" non è totalmente nuovo in quanto Assoenologi nel 2011 in occasione dei festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d’Italia creo il vino rosso "UNA", ottenuto assemblando i 20 vitigni rappresentativi delle regioni italiane. UNA è un vino fuori commercio, donato alle più alte cariche istituzionali nazionali ed internazionali, che si è potuto degustare allo stand Assoenologi del Vinitaly.


Cos'è Terregiunte – Vino d’Italia.

E' stato presentato come un assemblaggio del "Costasera" Amarone DOCG di Masi del "Raccontami" Primitivo di Manduria DOC di Vespa Vignaioli per Passione. Di fatto, secondo quanto riporta l’articolo del Sole 24Ore, le uve da cui derivano i vini di cui sopra sono vinificate nei rispettivi territori e poi assemblati prima della fermentazione malolattica, che quindi avviene già come "Terregiunte", a cui segue l’invecchiamento in botti di legno francese (non sono riuscito a trovare informazioni se legno grande e/o barriques, né su quanto tempo il vino passa in legno) e poi l’affinamento in bottiglia.

La composizione dichiarata per la veronese è 70% Corvina, 25% Rondinella e 5 % Molinara, mentre per la parte pugliese è 100% Primitivo di Manduria. Non sono riuscito a trovare indicazioni sulle proporzioni dell'assemblaggio tra il vino veneto e quello pugliese, si può presumere che siano 50-50, ma è solo presunzione. A novembre verrà messa in commercio l’annata 2016, si parla comunque di un vino con grandi potenzialità di invecchiamento.

Legalmente "Terregiunte" è un "vino rosso", categoria che ha sostituito il vecchio "Vino da Tavola" (VdT), poiché non può evidentemente rientrare in nessuna denominazione geografica e tantomeno nei vini varietali.


Terregiunte: una comunicazione che crea confusione.

Come hanno fatto notare già in molti la comunicazione del progetto Terregiunte è stata quantomeno spregiudicata. Trattandosi di un vino rosso generico la legge impedisce di fare riferimenti a Denominazioni, vitigni ed annate.

Ora è evidente che senza fare riferimento almeno ai vitigni ed all’annata è impossibile spiegare il progetto, però con un po’ di buon gusto si sarebbe potuto evitare di citare le denominazioni. Anche in considerazione del fatto che l’uso del termine "Amarone" è da anni oggetto di disputa tra il Consorzio ed alcune cantine storiche del territorio. La Denominazione d’Origine infatti è lo strumento legislativo con cui si protegge il consumatore dalle imitazioni dei vini "autentici", espressione dello stile di un territorio che ha acquisito valore sul mercato. Mi sembra abbastanza chiaro che presentato in questo modo c’è il rischio di utilizzare la notorietà delle due denominazioni per presentare un vino che, per stessa ammissione di chi lo ha fatto, possiede caratteristiche del tutto nuove e diverse rispetto a quelli di origine. Soprattutto c’è il rischio di confondere il consumatore.

La connotazione come vino rosso inoltre rende impossibile i controlli sulla rispondenza tra quanto dichiarato e quanto effettivamente fatto, al di là dell’autocontrollo da parte dei produttori.

Secondo me però l'implicazione operativamente più difficile legata alla classificazione come "vino rosso" è riuscire a distinguere le annate. In cantina si possono tenere dei registri dedicati, ma poi sul mercato come riusciranno i clienti/consumatori a riconoscere le diverse annate? Leggendo il numero di lotto? Non mi sembra una questione marginale trattandosi di un vino che si annuncia con grandi potenzialità di invecchiamento.

Più prosaicamente il modo in cui è stato comunicato "Terregiunte – Vino d’Italia" appare semplicemente illegale. Obiettivamente è difficile immaginare un funzionario dell’ICQRF sanzionare Masi e Vespa per l’utilizzo di termini protetti, intimandogli di non utilizzarli più in futuro, considerando la fame delle cantine, degli enologi coinvolti ed i livelli isitituzionali coinvolti nella presentazione del vino.

Altrettanto obiettivamente si capisce però come i produttori sanzionati in passatoperché si sono dimenticati di aggiornare un testo del sito internet, è successo ad esempio quando è stata istituita la DOC Prosecco, si sentano presi in giro. Ed in generale rimane l’impressione che se la legge è uguale per tutti, qualcuno è più uguale degli altri.


"Vino d’Italia": un concetto alternativo a quello delle Denominazioni

Tralasciando gli echi patriottici, il concetto di "Vino d’Italia" si contrappone e quello delle denominazioni e quindi pone una questione fondamentale: la complessità dell’Italia viti-vinicola è un punto di forza oppure di debolezza?

Personalmente mi sono risposto parecchi anni fa dicendo (ad un convegno) che la complessità/frammentazione è un elemento strutturale della viticoltura italiana con cui non ha senso “combattere”, ma che va gestito per farne un elemento di differenziazione e quindi di forza. Direi che l’evoluzione del settore verso il recupero e la valorizzazione dei vitigni autoctoni rispetto a quelli internazionali a cui si è assistito negli ultimi anni è andata in questa direzione.

Davide Bortone provocatoriamente su WineMag ha titolato: "Terregiunte by Vespa e Masi: un modo “figo” per chiamare il Tavernello".

Angelo Peretti in suo post sul progetto Terregiunte sposa la chiave di lettura dell’innovatività del concetto "Vino d’Italia" per vini di alta qualità, vista come una nuova frontiera aperta da Masi e Vespa per le cantine italiane, similmente a quanto accaduto in Francia per la classificazione "Vin de France", adottata da numerosi prestigiosi produttori di vini naturali.

La novità rispetto al Tavernello starebbe nel livello qualitativo dei Terregiunte.

Il paragone tra "Vino d’Italia" e "Vin de France" appare però forzato per diverse ragioni:

- Vin de France è una designazione definita per legge mentre "Vino d’Italia" è un concetto arbitrario che ognuno può interpretare come vuole, e comunque tutte le bottiglie di vino prodotte in Italia devono riportare per legge la dicitura "Prodotto in Italia" o "Product of Italy".

- I Vin de France citati da Angelo Peretti sono prodotti da viticoltori che seguono la filosofia del vino naturale. La loro localizzazione geografica è chiara, unica e definita e la scelta di non utilizzare la Denominazione in cui si trovano è spesso legata al fatto che i loro vini rischiano di essere bocciati nelle commissioni di degustazione perché lo stile produttivo gli conferisce caratteristiche non rispondenti a quello della denominazione (il che è totalmente corretto, ma non è questo il luogo ed il momento per aprire una mega parentesi sul concetto di Denominazione d’Origine e la sua gestione). Detto in sintesi sono vini in cui lo stile del vignaiolo prevale su quello della Denominazione.

Nel caso di "Terregiunte" invece le Denominazioni d’Origine sono un elemento fondamentale e strutturale del valore della proposta, almeno quanto lo stile e la fama delle cantine e degli enologi.

- La regolamentazione del Vin de France permette l’indicazione sia dei varietali che dell’annata, proibita invece per i vini generici (ex vino da tavola) prodotti in Italia. Volendo nella nostra legislazione ci sono i vini varietali, ma aiutano poco perché ammessi solo se prodotti con i 7 varietali internazionali più diffusi.


Terregiunte: un vino che alimenta sospetti

Questa è la cosa che mi ha stupito di più di tutta questa vicenda: non appena il vino è stato presentato a Cortina diversi commentatori ed operatori hanno palesato come da anni si sussurri che buona parte dell’Amarone sia fatto con il Primitivo di Manduria.

Riporto un estratto delle dichiarazioni di Boscaini citate da Winenews:

"Del resto, non è nuovo l’incontro del vino veneto con quello pugliese: senza scomodare gli anni in cui era ammesso il taglio, come diceva GiacomoTachis, può essere la soluzione per il grande vino italiano. In effetti, il vino pugliese ha sempre aiutato i vini del Nord, anche se oggi ce n’è meno bisogno".

… SEMPRE aiutato …, non "una volta"; …MENO bisogno …, non "che NON C'E' PIU' bisogno".

Il mio stupore nasce dalla leggerezza con cui si parla di qualcosa che sarebbe una colossale presa in giro dei produttori onesti e dei consumatori nonchè un reato penale.

Quindi la chiudo qui, perché o si hanno le prove oppure bisogna tacere.
Questi sono quelli che a me sembrano i “contro” del progetto Terregiunte per il settore vitivinicolo italiano.

Ed i pro? Giuro che li ho cercati con tutta l’onestà intellettuale dell’analista, ma non ne ho trovati. In realtà ne vedo pochi anche per gli artefici dell’operazione. Vero che le reputazioni e le fozse commerciali in gioco sono di rilievo, ma, anche superando le debolezze dell’assenza di annata, vitigni e denominazione, che senso ha per il mercato pagare 100 euro a bottiglia un vino che nasce dal Raccontami di Vespa e dal Costasera di Masi che costano rispettivamente, circa 30 e 35 euro?

ERRATA CORRIGE N.1
Angelo Peretti mi segnala (grazie) che "Vino d'Italia" non è un termine arbitrario ma la dicitura legale che si può usare dal 2010 per il vino senza origine geografica o varietale (l'ex "Vino da tavola") quando deriva da uve italiane.
Onestamente non lo sapevo e nelle cantine che ho gestito ho sempre utilizzato la dicitura "Vino rosso/bianco/rosato" + quella "Prodotto in Italia / Product of Italy", che sono quelle che ho trovato in tutti i riferimenti legislativi che ho cercato.
Ad ogni modo non si modifica la sostanza dei miei ragionamenti di cui sopra relativamente alla debolezza della fattispecie "Vino d'Italia" per veicolare vini di qualità rispetto a quella "Vin de France", dato il divieto di indicare annata e varietali.
Che poi si possono produrre vini di alta qualità al dei disciplinari delle Denominazioni e/o senza richiederne la certificazione d'origine è sacrosanto e quasi ovvio. Ricordo che il Tignanello è nato con la classificazione legale di "Vino da Tavola".
Evito qui di entrare nel tema di cosa siginifichi (o non significhi) l'espressione "alta qualità". Per chi volesse approfondire segnalo che ho affrontato alcuni aspetti della questione in un post che analizzva il concetto di eccellenza sul mio blog biscomarketing: The excellence pursuer succeds forever.

ERRATA CORRIGE N.2
Leggendo i commenti di post di facebook relativo a Terregiunte ho visto un commento di Michele Antonio Fino, già autore l'altro giorno di un post su Intravino che inquadrava precisamente le varie questioni giuridiche, in cui spiegava che l'indicazione dell'annata in etichetta è possibile se la si fa certificare da un organismo di controllo terzo accreditato. Io sul testo unico questa cosa non l'avevo vista, ma io sono un dilettante della legge mentre lui è un professionista. Quindi è sicuramente così e lo ringrazio dell'informazione.
  • condividi su Facebook
  • 832
  • 0
  • 3

#3 Commenti

  • Paolo Carlo Ghislandi - Cascina i Carpini

    Bravo, come sempre!

    link a questo commento 0 1
    #1
  • PopArtStyle

    PopArtStyle

    Puntuale e decisa la presa di posizione del Consorzio Tutela Vini della Valpolicella:


    “Il Consorzio Tutela Vini della Valpolicella ritiene non corretta e quindi irrispettosa delle regole la gestione della comunicazione adottata dalle aziende Masi Agricola e Futura 14 in occasione del lancio, nei giorni scorsi, del vino da tavola ‘Terregiunte’. Secondo il Consorzio le norme comunitarie vigenti vietano infatti di fare menzione a zone o prodotti a denominazione di origine accostate a vini senza alcun riferimento geografico, non solo in etichetta ma in tutti i canali media utilizzati.
    Questa norma è stata ad avviso del Consorzio ampiamente disattesa dalle aziende in questione nelle comunicazioni ufficiali rilasciate a mezzo sito (www.terregiunte.it), nelle schede tecniche e nei comunicati stampa forniti ai media in occasione della presentazione del prodotto, dove Amarone della Valpolicella D.O.C.G. e Primitivo di Manduria D.O.C. appaiono puntuali – assieme alle zone di origine – recando nei confronti degli utenti confusione e cattiva informazione e conferendo al vino da tavola un’immagine diversa dalla realtà.
    Nello stigmatizzare il fatto e rimandando, come di dovere, l’esame agli organi competenti, il C.d.a del Consorzio tiene inoltre a puntualizzare come tra l’altro non si possa nemmeno parlare di Amarone per un prodotto solamente vinificato, in quanto non ha concluso il processo di certificazione come D.O.C.G.
    Sorprende infine come questa comunicazione inopportuna sia stata pianificata e realizzata da professionisti e imprenditori di comprovata esperienza.
    Per tutto ciò si invitano gli organismi di controllo del ministero delle Politiche Agricole a un necessario approfondimento.

    link a questo commento 0 1
    #2
  • Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    Lorenzo Biscontin - biscomarketing

    PopArtStyle più tardi l'ha fatto anche il consorzio del Primitivo.

    link a questo commento 0 2
    #3

inserisci un commento