assistenza whatsapp: +39 347 211 9450

Musica da degustazione

inserito da
Musica da degustazione
Gli studi delle associazioni tra musica e vino non sono del tutto nuovi, sono esperimenti sociali, uscite bizzarre o trovate di marketing?
Negli anni abbiamo letto e sentito di tentativi di fare "ascoltare" la musica (quasi sempre Mozart) alle viti o addirittura al vino.

Che le piante abbiano la capacità di percepire in qualche modo l’ambiente, i segnali chimici naturalmente o la temperatura, ma anche le vibrazioni emesse dai suoni, è stato accertato ed è sicuramente molto affascinante. Ma il mondo delle piante non è il nostro e quello che è importante per loro non necessariamente corrisponde a quanto piace a noi: antropizzare e addirittura attribuire una componente emozionale a quelle che sono reazioni sviluppate nel corso dell’evoluzione dal mondo vegetale non è del tutto corretto ed è oggetto di discussioni infinite tra botanici e fisiologi vegetali.

Quindi io capisco che le piante possano percepire il ronzio di un’ape, il crunch crunch di un bruco che si mangia le sue foglie o lo scrosciare e scorrere dell’acqua, ma per quale ragione mai dovrebbero apprezzare e reagire positivamente a Mozart?


Ma che musica (è) Maestro (Vessicchio)?

Ma c’è chi si è spinto ancora oltre: a Vinitaly ho seguito una dimostrazione del metodo Freeman, che non è l’attore di A spasso con Daisy, ma che sta per Frequenze e Musica Armonica Naturale ed è stato inventato da Beppe Vessicchio, il direttore di orchestra di Sanremo, che da qualche anno si è messo ad "armonizzare" ortaggi, viti e vini. Il Maestro sostiene che le frequenze armoniche naturali (che sarebbero quelle di Mozart, non chiedetemi perché ma ha a che fare con una spiegazione matematica della musica), creino nel vino un equilibrio a livello molecolare dovuto alla formazione di legami sovramolecolari che porterebbero a un miglioramento del prodotto in termini di stabilità, qualità e anche digeribilità.

Non mi spingo oltre ma lasciatemi essere molto scettica, anzi di più.

La dimostrazione di Vinitaly poi consisteva nel fare assaggiare (non alla cieca, sia mai!) al pubblico e agli "esperti" quattro bicchieri esposti ad assimilare le frequenze di Mozart sopra a un IPad per venti minuti, messi a confronto con quattro bicchieri dello stesso vino che non avevano sentito altro che le chiacchiere del talk show.

Io l'esperimento l'ho ripetuto e avvalendomi dell'avanzata strumentazione di un termometro da acquario si osserva facilmente che la temperatura, dal silenzio a venti minuti di Mozart passa da 21 a 25 gradi.

Alla fine i vini sono diversi? Probabilmente li si percepiscono tali sì, perché non ci sono solo le vibrazioni armoniche naturali che li differenziano, ci sono 4 gradi centigradi (la potenza di Mozart cioè potrebbe somigliare molto all’effetto della temperatura di servizio), ma forse anche per un altro aspetto. C’è il cervello di chi sta assaggiando (ed è per questa scomoda presenza che se vogliamo verificare delle differenze intrinseche i vini devono essere assaggiati in un test triangolare e alla cieca).

Perché è sempre più chiaro che si percepisce con i sensi ma che il gusto si forma nel cervello. E tra una pianta, il vino e colui che assaggia, il mio credito va sicuramente a chi la musica la fa ascoltare all’unico che tra questi tre un cervello ce lo ha, cioè all’uomo.


La musica, il cervello e il vino

Gli studi sempre più avanzati sul cervello umano stanno mettendo in evidenza con sempre maggiore chiarezza che quando degustiamo un cibo (ma anche quando vediamo un quadro o odoriamo un fiore), non percepiamo a compartimenti stagni per poi mettere tutto insieme dopo e dare un giudizio complessivo, ma che nell’elaborazione che i diversi sensi trasmettono al cervello esistono molte interazioni. Si parla di sinestesie (o di oenostesia, termine coniato dalla performer multisensoriale musicale neozelandese Jo Burzinska).

Anche nel linguaggio della degustazione del resto si utilizzano metafore e abbinamenti semantici che fanno riferimento ad altri sensi. Non si dice forse che un vino è morbido, duro, vellutato o setoso utilizzando dei termini propri delle sensazioni tattili? E non si parla per l'appunto di vibrante, di note o di armonia per riferirsi all’equilibrio?

Le discipline che studiano queste interazioni sono le neuroscienze e la psicologia sperimentale.

Charles Spence
è un ricercatore dell’Università di Oxford che negli ultimi anni ha applicato le tecniche di indagine psicologica nell’analisi di quelle che definisce corrispondenze cross-modali, date dall’ influenza dei suoni e della musica sulla percezione edonistica e sulle sensazioni olfattive e gustative del vino (ma non solo, Spence ha vinto anche un IGNobel per uno studio sul suono delle patatine).
In modo particolare gli studi di Spence hanno permesso, non solo di valutare in che modo le persone associno i vini a una scelta di brani musicali che viene loro proposta, ma anche di individuare le relazioni esistenti (e in grado di influenzare la percezione) tra alcuni parametri organolettici più o meno semplici (la dolcezza e l’acidità, ma anche la lunghezza, il fruttato, l’equilibrio o il corpo) e gli attributi che descrivono la musica come il timbro, la frequenza, il ritmo, il tempo o alcune sequenze melodiche.


Una App per giocare con carte dei vini e playlist

Partendo dagli studi di Spence, due startupper, Marco Iacobelli, informatico e sviluppatore di applicazioni Mobile e Gabriele Cedrone, sommelier, hanno pensato a uno strumento per far vivere la migliore esperienza di degustazione a chi ama la musica e hanno sviluppato Wine Listening, la prima app che associa, con gli strumenti dell’Intelligenza Artificiale, i vini alle musiche più idonee alle loro caratteristiche. La APP, basata su un algoritmo originale che analizza le caratteristiche organolettiche descritte per i vitigni e le tipologie dei vini e le associa ai brani in grado di enfatizzarne i caratteri, è stata presentata all’Internet Festival di Pisa, sabato 12 ottobre, con una performance Live sui vini della  Tenuta Tre Rose dei Bertani Domain a Montepulciano descritti dall’enologo Pietro Riccobono.

Come funziona?
Scansionando l’etichetta (nel database Gabriele e Marco ne hanno inserite più di 2milioni e mezzo, descritte in funzione del vitigno per le loro caratteristiche principali), il sistema riconosce il vino e lo associa ai brani più adatti catalogati per BPM, tonalità e frequenze,  creando una playlist nella quale scegliere che cosa ascoltare. Basta scaricare la App e associarla a un account di Spotify. È possibile esprimere delle prefereze per il genere (non si è obbligati ad ascoltare musica elettronica o Indie) e con l’uso dicono che migliori anche la profilazione dei gusti dell’utente.

"Volevamo trovare un modo per parlare di vino e di musica e abbiamo pensato alla App e poi cercando un modo per oggettivizzare gli abbinamenti ci sono venuti in aiuto i lavori di Spence a Oxford." mi spiega Gabriele.

Un modo ancora non esplorato per offrire un’esperienza e raccontare i vini, magari giocando un po'. Può essere divertente ad esempio sapere che il Guardengo di Paolo Lucchetti va benissimo con Miles Davies o anche con Gershwin (Un’americano a Parigi) e che se invece amate l’Opera e state per brindare con l’Extra Brut di Bele Casel le bollicine saliranno meglio con il Leoncavallo (Vesti la giubba e la faccia infarina…).

Ma se, mi chiedo, l’assaggio di un vino di Sting mi proponesse di ascoltare i Simple Minds o se da un’etichetta di Gianna Nannini spuntasse fuori Anna Tatangelo non sarebbe imbarazzante?
  • condividi su Facebook
  • 612
  • 0
  • 3

#2 Commenti

  • Lorenzo Conci

    Lorenzo Conci

    Mi è capitato di ascoltare lo stesso brano di Mozart (senza vino) e di degustare lo stesso Barolo di Cappellano (senza musica) in condizioni di spirito diverse.
    La musica non era la stessa, il vino non era lo stesso...
    Accettando pure come postulato, una influenza della musica nella
    degustazione dei vini, le componenti comunque sarebbero tali e tante che...

    link a questo commento 0 2
    #1
  • Alessandra Biondi Bartolini

    Alessandra Biondi Bartolini

    Assolutamente sì, sulla percezione influiscono un sacco di componenti, lo stato d'animo sicuramente, ma anche il colore delle pareti, la luce, il paesaggio.... Ma se uno di questi elementi, come ha fatto Spence per la musica o come fanno i neuroscienziati lo analizzi con un metodo sperimentale su un campione adeguato di soggetti, è possibile isolarne l'effetto e capire non solo l'effetto sul gusto complessivo (il giudizio edonistico), ma anche (questa è la cosa che trovo più interessante negli studi di neuroscienze) il parametro sensoriale sul quale agisce o, ad esempio, quale area del cervello si attivi.

    link a questo commento 0 1
    #2

inserisci un commento