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Paese che vai, denominazione (del vino) che trovi

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Paese che vai, denominazione (del vino) che trovi
La presenza in Italia di oltre 500 Denominazioni di Origine testimonia la grande ricchezza del nostro patrimonio vinicolo, ma non è tutto oro quelo che luccica. O almeno così pensa Riccardo Ricci Curbastro, presidente Federdoc (la Confederazione nazionale dei Consorzi volontari per la tutela delle denominazioni dei vini italiani), secondo il quale «74 Docg, 332 Doc e 118 Igt sono, effettivamente, troppe».

Intervenuto a margine della kermesse Taormina Gourmet e poi del Congresso nazionale di Assoenologi, il produttore franciacortino ha tracciato la strada: non basta limitarsi alla revoca delle denominazioni non più rivendicate (un atto necessario anche per rispetto nei confronti di quanti ci credono ancora fortemente), occorre assolutamente «fare sintesi, ragionare se alcuni campanili non possano diventare luoghi di un territorio più ampio».

Il riferimento è, ovviamente, alle logiche individualistiche che hanno portato all'attuale situazione di eccessiva frammentazione delle denominazioni di origine italiane: «non significa che ognuna di queste centinaia di denominazioni abbia la possibilità di diventare elemento di successo e traino per il proprio territorio e per i produttori che in quel territorio vivono. Dobbiamo renderci conto che sono troppe per farci capire all’estero».

Come per Ernesto Abbona, presidente di Unione Italiana Vini, che proprio qualche giorno fa aveva rimarcato l’eccessivo e irragionevole ampliamento delle denominazioni, l'obiettivo deve essere insomma quello di semplificare per comunicare meglio. Una sforbiciata al frastagliato e affollato panorama delle denominazioni aiuterebbe di riflesso i mercati: «molte di queste denominazioni non presenti sul mercato - ha aggiunto Ricci Curbastro - non hanno un consorzio e non casualmente forse i 90 Consorzi associati (a Federdoc) rappresentano 120 denominazioni e oltre l'80% dei vini a denominazione venduti in italia e nel mondo. I produttori devono capire che la denominazione ha una reale possibilità di incidere soltanto se si lavora in squadra. Una doc senza Consorzio è un pezzo di carta che non da’ frutti».


Razionalizzare, si può

Un esempio, il più vicino a me, è quello del Consorzio Sannio, che nel 2011 ha ridisegnato le denominazioni sannite con la Docg Aglianico del Taburno e, soprattutto, con le Doc Falanghina del Sannio e Sannio (in cui sono confluite, quali sottozone, le precedenti piccole denominazioni della provincia beneventana: Guardia Sanframondi, Sant’Agata dei Goti, Solopaca e Torrecuso). Dai 33.420 ettolitri di vino Falanghina del Sannio Doc nella vendemmia 2012, la prima dopo i nuovi disciplinari, si è saliti ai 37.783 ettolitri del 2017; non solo, il brand Falanghina del Sannio ha accresciuto notorietà e valore, come riconosciuto pure da uno studio della Camera di Commercio di Monza e Brianza.

Nella stessa direzione inizia a lavorare anche il Consorzio Vitica (sono per ora 76 le aziende associate tra viticoltori, vinificatori e imbottigliatori) guidato dal Presidente neo eletto Cesare Avenia (Il Verro), che ha ripreso con nuovo slancio un progetto già in agenda durante il mandato di Salvatore Avallone (Villa Matilde). L'invito a sedersi attorno ad un tavolo, rivolto a tutti gli attori, è finalizzato a trovare un'idea condivisa per andare oltre le singole denominazioni della provincia di Caserta (le Doc Asprinio di Aversa, Falerno del Massico e Galluccio, le Igp Roccamonfina e Terre del Volturno), così da agevolare la riconoscibilità del territorio nella sua interezza, al netto delle sfumature e delle sensibili diversità dei vari areali.

Meno doc più territorio, potremmo quasi azzardare un riassunto.
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