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Sorprese umbre, in viaggio tra storia, frantoi e buone tavole

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Sorprese umbre, in viaggio tra storia, frantoi e buone tavole
Dell’Umbria si è scritto molto, ne ho scritto già anche io su queste pagine e farlo ancora potrebbe risultare una sequenza di ovvietà: una regione piccola e circoscritta, senza affaccio sul mare, ricoperta dal verde degli olivi e delle viti, famosa per la tradizione norcina, per la produzione di olio extravergine e vino, per la cucina robusta che però conserva sempre un non so che di raffinato.

Eppure, ogni volta che mi capita di andarci scopro nuovi luoghi e nuovi sapori e resto colpita da nuovi aspetti. Questa volta – invitata dalla Strada dell’Olio Dop Umbria per un’iniziativa particolare, la prima presentazione en primeur degli oli Dop dell’annata 2019, sul modello delle anteprime del vino – non ho potuto fare a meno di notare quanto siano puliti, ordinati eppure autentici – ben tenuti, sì, forse spazzati dal vento gelido dell’inverno che sembra cristallizzare tutto in un fermo immagine e tiene abitanti e visitatori per lo più al chiuso di case e locali, ma senza quella patina di fake che caratterizza altre zone più turistiche – i piccoli borghi meno noti della regione; e quanto siano buone le zuppe di ortaggi e legumi con un filo d’extravergine a dare una sferzata fenolica di amaro e piccante.

Cominciamo con ordine, dalla mia prima scoperta: Montone, il borgo dove si è tenuta la degustazione dell'"anteprima" di sei etichette Dop delle diverse sottozone regionali, purtroppo alla cieca perchè parziale. Comune dell’Alta Valle del Tevere a circa mezz'ora da Perugia e molto più vicina a Umbertide, si trova in cima a un colle affacciato sulla valla dove scorrono appunto il Tevere e il Carpina.
Piccolo e silenzioso ma per nulla tetro – a dispetto della gabbia di ferro battuto che ancora sporge dal muro del palazzo che ospitava le antiche prigioni, usata un tempo per esporre la testa mozzata di qualche condannato particolarmente empio – conserva le belle mura d'origine medievale, epoca in cui fu dominato dalla famiglia dei Fortebracci cui appartenne anche il famoso condottiero Andrea, più noto come Braccio da Montone, che qui provò a creare uno dei primi esperimenti di stato indipendente dal potere pontificio.

Oggi si visita il bel complesso museale di San Francesco – che conserva degli splendidi affreschi e ospita anche un museo etnografico – prima di darsi appuntamento per un caffè o un bicchiere di vino – o una bottiglia da scegliere agli scaffali ben forniti - da accompagnare con taglieri di salumi e formaggi all’Antica Osteria, nella piazza principale.
Mentre poco più in là, tra un antico arco e il grazioso cortiletto, Tipico Osteria dei Sensi – il locale di cui è socio anche Paolo Morbidoni, presidente della Strada dell’Olio – propone due diversi tipi di esperienza gastronomica: quella easy, tipica e informale dell’Osteria e quella più elaborata e gourmet – sempre firmata dallo chef Giancarlo Polito e a base di prodotti del territorio e genuini - de La Locanda del Capitano, che è anche hotel di charme.

Circa un’ora di macchina, scendendo verso sud e lasciandosi alle spalle Perugia, e si arriva a Monte Castello di Vibio, altro paese – come Montone – annoverato tra i Borghi più Belli d’Italia e a ragion veduta. Anch’esso decisamente medievale e tenuto alla perfezione – tanto che a girarlo a ridosso del pranzo, quando le sue viuzze sono pressoché vuote, sembra quasi di ritrovarsi sul set di qualche film storico –, è abitato anche da molti stranieri, soprattutto artisti venuti qui negli ultimi 25 anni come corsisti, docenti o collaboratori dell’International School of Art fondata da alcuni artisti tra cui il pittore italo-americano Nicolas Carone, esponente degli espressionisti astratti della New York School, scomparso nel 2010. Oggi la scuola propone anche corsi e laboratori di “arti culinarie” e dedicati alla conoscenza del patrimonio enogastronomico italiano e regionale.

Ma la vena artistica del borgo si esprime anche e soprattutto nel teatro: la vera attrazione – da visitare non solo come curiosità, ma da conoscere e sostenere come attività di presidio culturale oltre che come eventuale sede per eventi e cerimonie – è infatti il Teatro della Concordia, minuscolo gioiello che si fregia del titolo di teatro più piccolo del mondo (di certo lo è tra i teatri di questo genere, perfetta riproduzione in miniatura del classico teatro settecentesco goldoniano, con i suoi 99 posti suddivisi tra i palchi e la platea) affacciato sulla piazzetta che accoglie i visitatori nel paese.

Furono nove famiglie locali a volerne la costruzione, “a misura del suo paese, ma la civiltà non si misura né a cubatura né a metri quadri”, come si legge in un documento dell’epoca e in una targa oggi esposta davanti al palco, mentre ad affrescarne la volta e i palchi furono un artista di Monte Castello e il giovanissimo figlio. Il nome del teatro, inaugurato nel 1808, rimandava invece a quella "concordia tra i popoli" cui aspiravano le menti illuminate nel clima seguente alla Rivoluzione Francese e che appare ancora lontana. A lungo abbandonato, è stato restaurato e rimesso in attività nel 1993 dalla Società del Teatro della Concordia – associazione di promozione sociale – per renderlo nuovamente fruibile a un pubblico eterogeneo, locale e non, con un piccolo cartellone e come location per eventi.

Se vi fosse venuta fame, poi proprio lì accanto c’è Colpo di Scena – Food&Wine, grazioso ristorantino che propone bruschette, taglieri e piatti semplici ma ben fatti, da accompagnare con belle etichette umbre. Mentre, per restare in tema olio, nella vicina Monte Vibiano Vecchio c’è l’omonima azienda della famiglia Fasola, che produce vini e oli extravergine curando un ampio terreno di proprietà con attenzione non solo alla qualità ma anche alla sostenibilità.

Si prosegue invece verso sud, quasi fino al confine laziale, per (ri)scoprire Orvieto tanto in superficie quanto sotto l’odierno livello del suolo. La città appollaiata su una grossa rupe tufacea è famosa soprattutto per il magnifico Duomo dalla facciata gotica, che dal novembre 2018 è tornato a ospitare lungo la maestosa navata centrale le dodici statue degli apostoli e le quattro dei santi protettori realizzate tra il 1556 e il 1722 e conservate altrove per ben 122 anni, per ridare anche agli interni della cattedrale una più austera atmosfera gotica. Già a marzo, invece, era stata ricollocata al lato dell’altare anche l’Annunciazione realizzato da Francesco Mochi all’inizio del 1600 su commissione dell’Opera del Duomo di Orvieto.

Altrettanto interessante è però la città sotterranea; e se tutti conoscono probabilmente il Pozzo di San Patrizio – capolavoro d’ingegneria risalente al Cinquecento, progettato per assicurare alla città il rifornimento d’acqua in caso di assedio – sono da visitare anche gli affascinanti percorsi di Orvieto Underground, che mostrano in maniera efficace come la città abitata fin dall’epoca etrusca – quando l’intera popolazione dell’antica Velsna fu deportata dai Romani in quella che divenne Bolsena, lasciando l’insediamento disabitato per lunghi secoli – si sia nel tempo sviluppata in verticale date le dimensioni limitate della rupe su cui sorge; dalle cisterne etrusche alle cave di pozzolana – per il cui avvio resta la richiesta scritta di tal Giacomini, a fine ‘800 – , il sottosuolo orvietano ha ospitato anche le piccionaie da cui partivano gli uccelli utilizzati per recapitare messaggi tra i lati della valle e un frantoio ipogeo per la lavorazione delle olive, attivo dal Trecento fino al 1690, di cui restano a testimonianza le antiche molazze e i torchi.

L’indirizzo giusto per una bella esperienza gastronomica, in questo caso, è da I Sette Consoli, con un menu intrigante che spazia dal territorio ai sapori nordici, tra burro di Normandia, salmone delle Faroe e selezioni di caviale di diverse varietà, (degna di nota, per l'autenticità della cucina e lo straordinario rapporto prezzo/felicità anche la Trattoria del Moro Aronne, sempre a Orvieto - ndr).

Ancora un po’ più a sud, verso Terni, merita una sosta a Montecchio – oltre che il bel centro storico, anch’esso Bandiera Arancione – il grazioso Museo dell’Olio ospitato all’interno del Frantoio Bartolomei, gestito fin dal 1890 dall’omonima famiglia umbra: il primo a nascere in paese, è oggi una struttura moderna poco fuori dal centro che realizza diverse tipologie di olio extravergine, da cui quello Dop Umbria Colli Orvietani; il museo invece offre un interessante spaccato della civiltà contadina locale intimamente legata alla coltivazione dell’olivo e alla lavorazione dei suoi frutti, con pezzi di antiquariato e una rara pressa del XVI secolo.

Poco più in là, proprio alle porte del borgo, il Frantoio Ricci è un’altra bella azienda a conduzione familiare: Alessandro e il figlio Giovanni portano avanti la tradizione avviata dal nonno e dal bisnonno realizzando ottimi oli extravergine – monovarietali di Frantoio e Moraiolo e un blend in cui compare anche il Leccino – e un insolito e piacevole condimento a base dell’olio ottenuto da olive di varietà Frantoio frante insieme ai melangoli freschi (Citrus X Aurantium), varietà di arancia locale. All’occorrenza, poi – in occasione di visite, degustazioni o serate musicali – la signora Ricci si mette ai fornelli sfoderando assaggi deliziosi, dalle olive nere conciate e condite con agrumi alle squisite zuppe di legumi e ortaggi, come quella di broccoli e lenticchie o di ceci. Da finire, naturalmente, con un generoso giro di extravergine.

Altre foto nell'album Sorprese Umbre
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