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Lo scandalo del vino in Oltrepo Pavese: riassunto e commento

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Lo scandalo del vino in Oltrepo Pavese: riassunto e commento
Riassunto

Forse avete già sentito la notizia, forse no. Nel dubbio qui di seguito il riassunto che mette in fila e spiega cosa è successo.

Lo scorso 22 gennaio le forze dell’ordine hanno condotto un’operazione con cui hanno eseguito cinque arresti domiciliari e due obblighi di firma di 7 persone indagate dal Tribunale di Pavia per i reati di associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni d’origine di prodotti agroalimentari.

I nomi non li faccio perché ininfluenti alla comprensione dei fatti e quindi voglio evitare ulteriore gogna mediatica, grande o piccola che sia, per persone che vanno considerate innocenti fino a prova contraria (tra l’altro uno degli indagati si è già dichiarato innocente). Se proprio siete curiosi, ci mettete poco a trovarli sul web.

L’operazione si è conclusa prima dell’alba con un blitz alla Cantina Sociale di Canneto, a Canneto Pavese, dove è stata sequestrata documentazione relativa all’attività della cantina.
Per dare un’idea della portata dell’operazione di riporto la descrizione che ne ha fatto il sito Italia a Tavola.

“Nella notte di mercoledì 22 gennaio, nel territorio dell’Oltrepò Pavese e nelle province di Asti, Cremona, Piacenza, Verona, Vicenza e Trento, militari della Compagnia Carabinieri di Stradella e della Compagnia Guardia di Finanza di Voghera, con il concorso dell’Ispettorato Centrale della tutela della Qualità e della Repressione Frodi dei prodotti agroalimentari (ICQRF), del Gruppo Carabinieri Forestale di Pavia e dei Comandi Provinciali dell’Arma e della Guardia di Finanza di Pavia e con il supporto aereo dei Nuclei Elicotteri dell’Arma dei Carabinieri e del Roan della Guardia di Finanza e dei cash dog del Gruppo della Guardia di Finanza di Linate, hanno eseguito cinque misure cautelari degli arresti domiciliari e due obblighi di firma emessi dal Tribunale di Pavia, nei confronti rispettivamente di C.A., R.C., C.C., V.A., C.M. e F.C., O.D. responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e alla contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari (DOC e IGP).”


Secondo me questa descrizione evidenzia due cose:

- I reati che riguardano il vino sono una cosa seria.

- La pletora di enti coinvolti a vario titolo nel controllo dell’attività viti-vinicola che possono venire in cantina a verificare sostanzialmente le stesse cose. Detto in altre in una cantina può capitare che oggi venga l’ICQRF a farvi un controllo e poi la settimana prossima arrivino i Carabinieri Forestali a verificare le stesse cose, anche se la settimana prima non si era trovato niente. Ma qui stiamo già entrando nei commenti e quindi riprenderò il tema più avanti.

In sostanza gli indagati sono accusati di aver falsificato i registri della cantina per poter vendere vino da tavola come vino DOC-IGT e di aver “fatto” vino senza l’uva. Nel gergo del settore si dice “fare il vino con il bastone”.

Per capire come funzionava la frode bisogna prima spiegare come funziona il sistema delle registrazioni in cantina. Detto in sintesi in una cantina tutte le movimentazioni di qualsiasi cosa devono essere registrate su registri bollati, ossia ufficiali, ossia con le pagine numerate per cui non si possono manomettere. I controlli iniziano sempre dalla verifica della coerenza tra i vari registri, ed anche in questo caso l’accusa si basa sulla differenza di 12.000 hl in meno tra il vino risultante dai registri e quello effettivamente presente nei serbatoi della cantina.

Questo il flusso delle registrazioni, dal vigneto al mercato:

- Tutti i vigneti sono registrati con indicazione dell’estensione e del varietale coltivato.

- Al momento della vendemmia il viticoltore deve dichiarare se quel vigneto produrrà uva destinata a vino DOC, IGT o vino da tavola. DOC, IGT e vino da tavola infatti prevedono rese di uva ad ettaro diverse, quindi se io ho un vigneto iscritto in una DOC posso sempre scegliere di fare uva destinata ad IGT o vino da tavola se prevedo o voglio produrre più uva.

- Al momento del conferimento delle uve in cantina, viene registrato il carico delle uve consegnate dai soci conferitori. Se l’uva viene dichiarata come DOC la quantità non può superare quella prevista dalla resa massima ad ettaro, però può evidentemente essere inferiore visto che il vigneto non è una fabbrica e quindi la sua produttività è soggetta a variazioni dovute all’andamento climatico e/o alle scelte agronomiche.

- L’uva consegnata in cantina viene poi pigiata. I disciplinari delle DOC prevedono anche la quantità massima di resa da uva in vino. In pratica quanto forte posso pigiare l’uva. Anche in questo caso si tratta di una resa massima, perché volendo io posso scegliere di fare una pigiatura più soffice per ottenere un mosto, e poi un vino, di maggior qualità.

- Il vino ottenuto dalla pigiatura va registrato sui registri di cantina indicando non solo la quantità, che deve ovviamente rientrare nel massimo previsto dal disciplinare, ma anche il serbatoio in cui ho messo il vino.

- In una cantina tutti i serbatoi dove c’è del vino devono riportare un cartello che indica il tipo di vino che c’è dentro, la quantità e la data di carico (sulle botti spesso si scrive con il gesso direttamente sul legno).

- Quando sposto del vino da un serbatoio all’altro, per esempio dopo la fermentazione per fare i travasi o prima dell’imbottigliamento per fare la filtrazione, devo registrare i movimenti sui registri e, ovviamente, aggiornare le tabelle dei serbatoi.

- Se acquisto del vino, devo registrare il vino in entrata, che ovviamente dovrà corrispondere per quantità e tipologia alla bolla che ha accompagnato il vino, la quale a sua volta deve corrispondere per quantità e tipologia allo scarico del registro della cantina che me l’ha venduto. In pratica se partono 300 hl di merlot della DOC Roiano (non esiste, l’ho inventata per evitare che qualcuno se ne abbia a male ad essere citato in un post che parla di frodi) dovranno arrivare 300 hl di merlot DOC Roiano. Sembra ovvio, ma se non ci fosse il sistema delle registrazioni bollate cadrebbe tutta l’architettura dei controlli.

- Infine, quando imbottiglio devo registrare il numero di bottiglie ottenute dal serbatoio (o serbatoi) che ho svuotato. Nel caso di DOC ed IGT devo anche comunicare l’imbottigliamento agli organi preposti.

- Stesse procedure di registrazione sono previste per gli acquisti e le giacenze di zucchero, di mosto concentrato rettificato e delle varie “materie prime” che si utilizzano in cantina.


Se vi sembra un sistema laborioso è perché … lo è.
Quando dirigevo una cantina che produceva circa 15 milioni di bottiglie c’era un’impiegata che passava l’80% della giornata a gestire i registri e mandare le relative comunicazioni. Da quella volta i registri sono diventati telematici, semplificando (? Magari non tutti i viticoltori sono d’accordo sul fatto che l’informatica abbia semplificato le cose) l’operatività, ma lasciando inalterata la complessità del sistema.

E’ un sistema a prova di bomba? Si e no. Nel senso che si può provare ad aggirarlo, ma sempre più spesso la frequenza dei controlli fa sì che si venga beccati. L’ahimè discreta frequenza con cui vengono scoperte questo tipo di frodi, direi 4/5 all’anno in tutta Italia, dimostra contemporaneamente l’efficacia dei controlli e la persistenza di una scarsa cultura della qualità che sopravvive nel settore.


Come era strutturata la frode della Cantina di Canneto?

Si partiva da false dichiarazioni di vendemmia per cui un paio di soci dichiaravano una produzione di uva DOC/IGT pari alla resa massima consentita, mentre la quantità di uva effettivamente conferita era inferiore. In questo modo sui registri poteva figurare una quantità di vino DOC/IGT superiore rispetto a quello effettivamente prodotto.

Questo “bacino” di “vino di carta” veniva poi riempito con vino da tavola, che entrava come tale ed usciva come DOC/IGT. Evidentemente però così si crea una differenza tra il vino che risulta dai registri e la quantità, inferiore, che c’è effettivamente in cantina. E proprio da questa differenza è partita l’indagine del Tribunale di Pavia.

E il “vino fatto col bastone”?
Più o meno: prendete del mosto concentrato rettificato, acqua e zucchero, fate fermentare il tutto ed ottenete il vino. Se effettivamente è stato fatto la mia ipotesi, ma è solo un’ipotesi, è che servisse per riempire l’ammanco derivato dal vino che entrava “tavola” ed usciva “DOC/IGT”.


Commenti


Perché?

La prima domanda che sorge spontanea è perché delle persone rischiano la galera per (forse) qualche decina di migliaia di euro e, nel caso dei responsabili della Cantina di Canneto, neanche quelli. Per me rimane un mistero irrisolto, parzialmente spiegabile solo se non si percepisce la gravità di quanto si sta facendo. Da cui nasce il prossimo commento ...

La qualità si fa per cultura e per scelta, non per (timore) dei controlli.
Fondamento basilare della gestione della qualità secondo tutte le norme di autocontrollo (ISO, IFS, BRC) è l’adesione della direzione aziendale alla qualità. Perché questa è la precondizione che assicura il trasferimento dell’adesione alla qualità di tutti i livelli aziendali.

Per fare qualità è necessario controllare il processo durante tutte le fasi ed adottare le misure correttive necessarie nel caso in cui sorgessero dei problemi.

Per il vino il livello di qualità comincia a definirsi con le scelte fatte all’impianto del vigneto e prosegue fino all’imbottigliamento.

Controllare la qualità solo alla fine del processo serve a poco, perché oramai non si può fare niente per correggere gli eventuali problemi che sono sorti. Posso solo buttare il via il prodotto che non è conforme, o ampliare i miei parametri di accettabilità (quindi sto accettando una qualità diversa da quella attesa in principio).

Se delego il controllo della qualità finale alla Pubblica Amministrazione / Autorità Giudiziaria aggiungo il rischio, probabile, del danno di immagine.

Tutto questo per dire che sì, se le accuse saranno confermate si tratta di 7 delinquenti. Però non si possono chiudere gli occhi sul fatto che coprono tutta la filiera produttiva e che frodi di questo tipo accadono con ancora troppa frequenza.

Rispetto a qualche anno fa per fortuna non si sente più dire “ma comunque non facevano niente di dannoso per la salute” come se questo rendesse il reato sostanzialmente veniale. Però ci vuole un ulteriore salto culturale per evitare che normali viticultori e stimati professionisti non cadano nella tentazione di “aggiustare” le situazioni o cercare maggior profitto personale ricorrendo alle frodi.

Altri settori dell’agro-alimentare questo salto culturale l’hanno fatto e le adulterazioni non sono più considerate un’opzione per aumentare i profitti. Pensiamo al lattiero-caseario: quand’è l’ultima volta che avete sentito parlare di latte annacquato?

In questo senso si è distinta positivamente la reazione del consorzio dell’Oltrepò Pavese che non solo si è costituito parte civile nel procedimento penale avviato, ma ha anche deliberato di chiedere i danni alla cantina per la perdita d’immagine causata a tutto il territorio.

Una presa di posizione netta, che va oltre le semplici dichiarazioni di condanna di questi comportamenti e che dà un segnale importante su quale sia il cammino di intransigenza da seguire.


[Foto credit: Civiltà del Bere]

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