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Armando Castagno, cantastorie di Borgogna (e non solo)

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Armando Castagno, cantastorie di Borgogna (e non solo)

La prima volta che ho incontrato Armando Castagno è stato nel 2002 a una cena alla compianta Trattoria San Rocco a Monterotondo, da Marco Milani. Io – che non ho tra le mie doti migliori la memoria – conservavo un ricordo abbastanza vago della cosa. Me l’ha ricordato lui a distanza di anni, sorprendendomi ancor di più con un’altra rivelazione sui miei gusti in fatto di vino, di cui non avevo tenuto alcuna traccia: ci eravamo incontrati di nuovo nel 2009, a una cena al Rome Cavalieri – ai tempi, ancora Hilton – dedicata ai Sauternes, e lui aveva ancora a mente quale fosse stato il mio vino preferito della serata: un Clos Haut-Peyraguey 1991, perfettamente abbinato al risotto allo zafferano (il fatto che ci trovassimo d’accordo su vino e abbinamento rende appena più umana la sua capacità mnemonica ed è decisamente motivo di orgoglio per la mia scarsa competenza enologica, soprattutto sui Sauternes).

 

Racconto aneddoti personali e scampoli di conversazioni private – ma di certo non sconvenienti – perché quando ho detto ad Armando che avrei voluto scrivere qualcosa su di lui mi ha risposto, con ritrosia più che con altezzosità, che non mi avrebbe rilasciato nessuna intervista (ma, che sia messo agli atti, mi ha promesso una pizza e una chiacchierata “amichevole”).
Fortunatamente, però, ho avuto perlomeno modo di ascoltare una delle sue leggendarie lezioni; sul vino, naturalmente. Ho infatti avuto l’occasione di seguire l’incontro dedicato ai vini di Vosne-Romanée del Master La Borgogna, il percorso di alta degustazione professionale di Giunti Academy dedicato ai vini tra i più pregiati di Francia. Confesso però che, dopo tre ore volate via più velocemente delle puntate di Sex Education su Netflix – la mia attuale ossessione televisiva –, sono uscita dall’aula con la netta impressione che se a tenerla fosse stato Armando avrei apprezzato anche una lezione di algebra lineare o di fisica quantistica.

 

Iniziando quella che definisce la “sfida di raccontare un territorio incredibile”, parte con la citazione dell’abate Claude Cortepée, anno 1774: “Il n’y a point de vin commun à Vosne”. La giusta citazione per una serata – e per dei vini – che in effetti non hanno nulla di banale, a cominciare dal suo racconto.
Che inizia con la precisazione sulla pronuncia del nome della denominazione forse più mitologica dell’intera Francia e che pure fior di esperti sbagliano: Vosne si pronuncia “von” (pressappoco) e non “vosn” né tantomeno “vosné”. Anzi, dice Armando, se trovi qualcuno – sommelier, esperto, docente – che lo pronuncia così “te devi alza’ e te ne devi anna’”.
È lì che capisco che la serata non sarà una di quelle dove si fatica a restar svegli e si aspetta con ansia il momento in cui si metta finalmente il naso nel bicchiere dopo le inevitabili chiacchiere di rito, ché con Castagno di “rituale” non c’è proprio nulla.

 

Laureato in Giurisprudenza e in Studi storico-artistici, ha un passato come giornalista sportivo – e un presente di tifoso romanista – e si occupa di corsi di approfondimento sul vino per l’Associazione Italiana Sommelier, della cui guida è stato a lungo referente regionale per il Lazio. Ha una passione dichiarata per la Borgogna – cui, oltre al master di Giunti, ha dedicato il bellissimo libro Borgogna Le Vigne della Côte d’Or edito da Paolo Bartolomeo Buongiorno, 800 pagine per raccontare un territorio su cui lui probabilmente avrebbe ancora molto altro da dire – ma scrive raramente di vino, per lo più sul sito dell’Accademia degli Alterati affiancato da altre firme e narrazioni “sui generis”.

 

Più che esperto di vino preferisce definirsi storico dell’arte e ha messo insieme le sue conoscenze nei corsi di Storia dell’arte dei territori del vino e Geografia del Terroir presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Ma, soprattutto, è un incredibile pozzo di conoscenza – sul vino e non solo – ed è dotato della rarissima capacità di trasmetterla agli altri. Così, la sua lezione va avanti tra date – giorno, mese, anno – e nomi ricordati a memoria, verità storiche che difficilmente si trovano sui libri (per esempio, una certa “larghezza” con cui erano state create le prime denominazioni francesi e le delimitazioni territoriali delle singole parcelle, per permettere di scrivere in etichetta nomi più allettanti di altri, per cui ancora oggi i vins de village di Flagey escono come Vosne-Romanée), consigli “turistici” (il miglior ristorante vegetariano della Borgogna? Chez Simon, a Flagey-Échézeaux), descrizioni sensoriali decisamente fuori dai canoni: i vini di Échézeaux hanno una nota baritonale, à la Rigoletto, i Grands-Échézeaux sono vini da trance, il Nuits Saint Georges è inviperito, mentre il Vosne-Romanée Aux Réas A.-F. Gros 2017 –  il primo assaggio della serata che resta nel mio cuore anche a fronte di altri vini più blasonati e complessi – lo definisce “un vino all’uncinetto”, con un “candore biblico” e finezza e succosità in grado di soggiogare il legno.

E poi, incredibili storie aneddotiche sui singoli vignaioli e vigne, raccontato con tale precisione e sottigliezza da farti dubitare che fosse lì presente – nel 1840 a La Tâche? Poco probabile in effettio quanto meno che si sia intrufolato nelle loro soffitte a spulciare vecchie corrispondenze private. Per esempio, quella della famiglia Liger-Belair, un tempo gloriosa proprietaria in monopole dell’intera parcella Romanée – all’epoca tutta intera – e di alcuni dei migliori climats della Côte de Nuits, Richebourg, La Grande Rue, Aux Malconsorts, Les Saint-Georges, Clos de Vougeot, Aux Brûlées e La Tâche. Vicende storiche e famigliari – tra cui la crisi del 1929 – portarono all’asta del 31 agosto 1933 in cui, tra le altre, proprio La Tâche, poi ampliata anche alla vigna adiacente denominata Les Gaudichots, passò di mano al Domaine de la Romanée-Conti. Fu solo grazie all’intervento inatteso di uno dei dieci figli dello scomparso Conte Henry Liger-Belair, il canonico Just, e ai soldi da lui messi da parte per intervenire all’asta, che la famiglia riuscì a recuperare alcune vigne preziosissime, tra cui i Premier Cru Les Chaumes e Aux Reignots, e, soprattutto, La Romanée (oggi divisa e adiacente a La Romanée-Conti).


Una roba da film, che Armando Castagno racconta come se fosse una favola della buonanotte. Di quelle che però non ti fanno addormentare, ma te ne fanno chiedere un’altra ancora.

 

 

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