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Ispirazioni enoiche dai webinar, seconda parte

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Ispirazioni enoiche dai webinar, seconda parte
Seconda parte della raccolta delle frasi che più mi hanno ispirato nel primo mese di webinars di The Real Business of Wine.

I produttori hanno bisogno di capire come funziona il mercato.

Una delle chiavi è convincere le persone a spendere più soldi per una bottiglia di vino allo stesso modo in cui spendono 3 sterline per un cattivo caffè da Starbucks.

Lo snobismo nel settore del vino è negativo, (purtroppo) si ama il vino ma non il business del vino.

Il futuro non è on-line o off-line: il futuro è entrambi.

Bisogna smettere di parlare di vino come prodotto e cominciare a parlare di vin o come lifestyle.

La vendita diretta del vino al consumatore permette margini molto alti ma implica anche costi altrettanto alti (N.d.A. che magari le cantine non conteggiano perché sono impliciti).

Per attrarre clienti/consumatori le cantine non investono i propri margini in comunicazione, ma in scontistica. Invece per trovare nuovi clienti dovrebbero investire sul VALORE non sugli sconti. Gli sconti si fanno quando hai un portafoglio clienti ampio e solido per premiarne la fedeltà.

I migliori influencer per il consumo di vino non sono quelli che appartengono al settore, ma quelli di ambiti esterni: cibo, cucina, sport, fotografia, moda, lifestyle, ecc…

Quando si decide di realizzare una strategia digitale bisogna innanzitutto definire le metriche a cui si è interessati e poi misurare queste metriche.

Ci sono persone li fuori che stanno parlando della nostra cantina/vini e noi non stiamo nemmeno ascoltando.

Le persone non comprano seguendo i links sui social media: abbiamo fatto una prova investendo 1.000 euro in pubblicità su facebook ed Instagram, 1.000 euro in SEO su Google e 1.000 nel miglioramento della newsletter. Risultati: l’investimento in SEO ci ha portato il maggior incremento di clienti, poi quello nella newsletter, la pubblicità sui social non ci ha portato nessun nuovo cliente.

I social media sono per parlare, l’e-mail (newsletter) per chiedere. Ci sono ricerche che dimostrano che alle persone non piace gli venga chiesto di fare cose sui social media.

Un post su facebook senza un link è un totale spreco di soldi.

Una buona storia richiede alti e bassi.

Attualmente (in Borgogna) il contenuto alcolico sta crescendo anche perché i produttori sono molto focalizzati nel raccogliere alla massima maturità fenolica. Forse troppo.

In Borgogna più che in qualsiasi altra parte del mondo l’espressione del terroir nel vino è cruciale. Siamo passati alla biodinamica perché sentivamo che era il modo migliore per esprimere il terroir.

Troppe persone nel settore vinicolo si basano su impressioni, opinioni, invece che su dati oggettivi.

Le aziende al loro interno hanno un sacco di dati da cui possono ricavare informazioni per migliorare le loro strategie.

(negli ultimi anni) non è calato il numero di persone che beve vino, ma è diminuita la frequenza di consumo.

Non c’è solo il turismo del vino, c’è soprattutto il turismo CON il vino in cui il vino è incorporato al viaggio. E questo è un bene perché significa che si può proporre l’esperienza a tutti i target turistici: golf, arte, ecc…

Per il futuro (nel turismo del vino) mi aspetto richiesta di esperienze ancora più personalizzate, in piccoli o piccolissimi gruppi perché la gente non sarà più abituata ai gruppi numerosi.

Scrivere di vino significa essere nel settore del divertimento (entertainment business in originale)

Dall’Italia frequentemente ricevo comunicati stampa troppo lunghi, che non fanno venire voglia di leggerli. Poi quando li leggi in mezzo trovi una storia interessante che non era stata chiaramente evidenziata.

Fate che le persone si rilassino con il vino, che non siano impaurite/preoccupate dal vino.

(Operatore USA) Il vino si beve con il cibo. In molti quartieri/aree tutti i ristoranti sono fast food e non ci sono negozi che vendono cibi freschi. In certi quartieri/aree serve un completo cambiamento culturale (per favorire il consumo di vino).

La crisi del COVID-19 non ha portato un cambiamento delle tendenze che erano già in atto; ha portato un aumento della velocità con cui queste tendenze si stanno realizzando.

Ci sono 4 ragioni fondamentali per cui le persone comprano vini di qualità (definiti come i vini nelle seguenti fasce di prezzo franco cantina: 30-150 euro, 150-450 euro, oltre 450 euro) che si ritrovano costanti nelle diverse fasce di età e nei diversi paesi:
1) Perché sono dei grandi appassionati di vino.
2) Perché attraverso il consumo di vini (costosi) vogliono affermare il proprio status.
3) Collezionisti.
4) Perché sono ricchi.

Non ci sono differenze di comportamento (d’acquisto e consumo del vino) tra i diversi segmenti demografici. C’è un “approccio millenial” (
N.d.A.: “millennial mind set” in originale) che si distribuisce in tutti i gruppi demografici ed è caratterizzato da richiesta di autenticità, “reason why”, individualità e sostenibilità ambientale (N.d.A. il che conferma la mia convinzione che non ha senso segmentare per età).

La sostenibilità ambientale per i consumatori non è un qualcosa di fisso, è una conversazione.

Nella narrazione (storytelling) bisogna passare dal “come” al “perché”.

Le persone vogliono sentire storie di altre persone.

Gli intermediari commerciali (agenti, enotecari, ristoratori, ecc…) sono fondamentali per far arrivare la nostra narrazione ai consumatori finali.

Il linguaggio utilizzato dai sommeliers è spesso noioso, pedante e perfino paternalistico.

Essere una comunità è molto di più che appartenere a qualcosa, è fare qualcosa insieme che rende l’appartenenza importante.

Fate attenzione ai tag che le persone usano sui social quando parlano dei vostri vini.



N.d.A. concludo con la frase detta da un mio collega enologo nel 2011, che continua ad ispirarmi da quel giorno ed oggi è diventata più attuale che mai: “per coinvolgere i nuovi consumatori dobbiamo riuscire a digitalizzare il gusto del vino” .

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