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Quando ad ammalarsi in Europa furono le viti

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Quando ad ammalarsi in Europa furono le viti
Se avessi scritto questo post solo pochi mesi fa probabilmente avrei esordito dicendo di quanto il diciannovesimo secolo e i primi decenni del ventesimo fossero stati funestati da continue epidemie, delle piante, gli animali e le persone e di come tutto questo avesse contribuito alla necessità di cercare risposte e soluzioni nella scienza. Se avessi scritto questo pezzo solo pochi mesi fa avrei anche aggiunto che ormai di fronte alle nuove avversità abbiamo sviluppato gli strumenti adatti e soprattutto i metodi per affrontarle.

E niente, taglio corto - il motivo ci è abbastanza chiaro – e comincio col dire semplicemente che l’umanità è da sempre stata colpita da epidemie e da carestie, delle prime se ne parla fin troppo, delle seconde si dimentica spesso che in molti casi la causa scatenante è stata, sempre e comunque una malattia (o un’infestazione), non degli uomini ma delle piante coltivate. E il messaggio non è “maledetti microbi, sterminiamoli tutti” perché sappiamo che non è possibile ma “i microbi ci sono, cerchiamo di conoscerli meglio e di non farci trovare impreparati”.

Aggiungo anche che non tutti i microbi sono "cattivi" e che nelle scienze agrarie in questo senso si sono fatti passi da gigante negli ultimi anni: nei miei corsi universitari, non nell'Ottocento quindi ma un po' dopo e solo pochi decenni fa, di microorganismi benefici se ne parlava solo marginalmente, i batteri e i funghi erano il male e basta e il microbioma del suolo e della pianta dei perfetti socnosciuti. Ma qui oggi parliamo di malattie e infestazioni e di funghi e insetti che "cattivi" lo sono davvero (che poi non smetterò mai di dirlo, anche loro sono cattivi solo dal nostro punto di vista e non immaginiamo nemmeno cosa "pensano" loro di noi).

Nell’Ottocento la vite in Europa fu oggetto di un vero e proprio fuoco incrociato, prima l’oidio e poi in rapida successione la fillossera e la peronospora, rischiarono di cancellare letteralmente i vigneti del nostro continente.

Due malattie fungine e un afide arrivati tutti dall’America dove le specie locali del genere Vitis  avevao nei secoli di coevoluzione già sviluppato i loro meccanismi di resistenza o tolleranza. Non qui invece, dove di malattie pericolose la Vitis vinifera europea praticamente non ne conosceva e i viticoltori, che oggi passano la primavera e l’estate a scrutare i dati meteo e a percorrere i filari con gli atomizzatori, se ne potevano tranquillamente andare al mare (lo so che non è così, perdonatemi la licenza, ma mi diverte pensare a una viticoltura senza le preoccupazioni dei trattamenti, dopo che hai potato, scelto il germoglio, sfogliato...che fai?).

Il primo ad arrivare è l’oidio: nel 1845 lo osserva un giardiniere inglese, Edward Tucker, su una pianta in una serra  e in suo onore i botanici (sono loro a occuparsene dal momento che ancora non esistno né i microbiologi né tantomeno i patologi vegetali) lo battezzano Oidium tuckeri . Nel 1849 arriva in Francia e l’anno successivo fa la sua comparsa anche nei vigneti italani.

I viticoltori cominciano ad osservare una sorta di polverina bianca (le spore) sulle foglie e sui grappoli che in breve vengono deturpati dal fungo: il danno è ingentissimo ma la spiegazione delle cause non è immediata. Si comincia a dare la colpa un po’ a tutto: alla gelata dell’inverno precedente, all’eruzione dell’Etna e anche al fumo delle locomotive a vapore della nuova ferrovia. Nessuno parla ancora del 5G. E si prova di tutto, la cenere, la calce, il sapone e lo zolfo, che funziona, un punto per i viticoltori.

Nel 1857 sembra che l’oidio sia sotto controllo ma la partita purtroppo è appena cominciata. Intanto con la necessità di distribuire lo zolfo in vigneto esplode l’industria della meccanica, con impolveratori di qualsiasi genere, a mano, a spalla, a cavallo…

Nel 1863, sempre in una serra di Londra si osservano le prime galle provocate da un afide dallo strano ciclo vitale, la fillossera, battezzata come Phyllossera vatratix prima e Viteus vitifoliae o Daktulosphaira vitifoliae poi, per quella insana necessità dei tassonomi di cambiare continuamente il nome di piante, animali e microbi. Per farla breve la fillossera presenta una generazione gallecola che vive sulle foglie e una forma radicicola che invece attacca le radici provocando rapidamente il deperimento della pianta.

La vite Europea a differenza di quanto avviene nelle specie americane è particolarmente sensibile alle forme radicicole, le più perniciose: l’insetto si diffonde velocemente nei vigneti francesi e comincia la sua opera di devastazione. In Francia vanno distrutti più di un milione di ettari di vigneto, la produzione di vino passa da più di 80 milioni di ettolitri ogni anno a circa 25 milioni nel 1887.

In Italia la fillossera arriva un po’ più tardi, tanto che i produttori italiani per un breve periodo riescono a soppiantare i francesi sui mercati internazionali e aumentano le produzioni e le esportazioni. Ma la pacchia non dura molto. Nel 1879 la fillossera fa la sua comparsa anche nei nostri vigneti (il primo avvestamento è nel lodigiano) e qui continua a fare danno fino alla prima guerra mondiale: praticamente un quarto della superficie viticola italiana, più di un milione di ettari di vigneto, va perduta.

È una catastrofe per tutta la viticoltura che da quel momento in poi cambia radicalmente. La fillossera rappresenta uno spartiacque tra due mondi viticoli diversi, l’era prefillosserica e quella post fillosserica. Nel mezzo restano vigneti distrutti, viticoltori che abbandonano la loro attività, flussi migratori verso le ciittà e verso le americhe e vitigni minori persi a volte per sempre.

Il mondo della ricerca, dell’industria e anche qualche imbonitore con pochi scrupoli si mettono all'opera per trovare una soluzione e anche in questo caso le provano di tutte: allagano i terreni, insufflano fumigazioni di solfuro di carbonio o di cianuro di potassio, spennellano le viti con calce o arseniati. Si racconta di qualcuno che estirpa le viti, le brucia, fa uno scasso con la dinamite, coltiva e sovescia tabacco, ricino, canapa e piretro (tutte piante conteneti principi insetticidi) per ritrovare dopo qualche anno la fillossera ancora viva e vegeta. E niente, il pidocchio non demorde e continua a vagare in giro per la penisola nella sua opera di distruzione.

Si costituisce per la prima volta una rete di monitoraggio, i Consorzi antifillosserici vigilano sulla comparsa delle infestazioni e sull’osservanza delle regole emanate con Regio Decreto firmato da Umberto I  nel 1883 e poi nel 1888: i focolai di infestazione deveno essere distrutti e i produttori risarciti per quanto possibile, si vietano gli spostamenti, le importazioni e i commerci di materiale vegetale, i vigneti italiani sono in lockdown.

Ma intanto, prima in Francia e poi in Italia, si studiano le viti americane che già sono coltivate in Europa e con le quali sono probabilmente arrivate tutte le calamità che si stanno diffondendo nei vigneti. La soluzione identificata è quella dell’innesto: le radici delle viti americane sono resistenti ma le parti aeree di quelle europee permettono di dare uve adatte alla produzione dei nostri vini e quindi la nuova viticoltura si basa su piante con piede americano e fusto, foglie e grappoli europei.

Nasce il vivaismo viticolo che si sviluppa in stretta collaborazione con i centri di ricerca e propagazione dove si selezionano, conservano e coltivano i portinnesti. E nasce anche grazie soprattutto alle cattedre ambulanti di agricoltura, una serrata attività di formazione tecnica. Perché in pochissimi anni le cose sono cambiate troppo e gli agricoltori devono essere formati e informati altrimenti non se ne esce. Qualcuno deve convincerli e insegnare loro a trattare con lo zolfo, a distruggere le piante colpite dalla fillossera, a reimpiantare con materiale vivaistico e con piede americano. E come se non bastasse devono anche imparare a dare il rame, perché di lì a poco, con i portinnesti importati dall’America, anche arriva il terzo moschettiere, la peronospora.

La Plasmopara viticola è un fungo oomicete già descritto in Nord America dove soprattutto negli stati della costa Atlantica dal clima più fresco e umido aveva impedito l’instaurarsi di una viticoltura di uva da vino di Vitis vinifera. La peronospora arriva in Europa nel 1878 a Bordeaux e solo l’anno dopo c’è la prima segnalazione in Italia, a Santa Giuletta in Oltrepò pavese. I danni sono ingentissimi, le regioni viticole più fresche e umide dei due paesi, dove le condizioni ambientali sono più favorevoli allo sviluppo del fungo sulle foglie così come sui grappoli, se la vedono decisamente brutta.

Come nei casi precedenti si cominciano a sperimentare diverse soluzioni e nel 1882 a Bordeaux Pierre Marie Alexis de Millardet osserva che le piante di confine, che i produttori imbrattano con i sali di rame, velenosi, per scoraggiare i ladri di frutta, non si ammalano.

Partono le prove sperimentali e nasce la poltiglia bordolese, una miscela di solfato di rame e calce da spargere sulla vegetazione per proteggerla dalla peronospora. Le dosi sono decisamente importanti, inizialmente si parla di 5 kg di solfato di rame e due kg di calce ogni cento litri di acqua (e si capisce così l’uso del termine poltiglia), poi si affinano i rapporti tra i due componenti e si riducono le dosi e qualcuno per aumentare l’adesione alle foglie propone anche l’aggiunta di due chili di melassa.

Nonostante ci sia anche chi avanzi dei dubbi sulla salubrità e l’igienicità delle uve trattate con zolfo e rame (e come dargli torto pensando ai dosaggi con cui erano utilizzati?), in generale il successo della poltiglia bordolese è enorme e segna anche la soluzione per la peronospora della patata, che nel 1846 e negli anni seguenti ha causato una terribile carestia in Irlanda, obbligando milioni di persone a emigrare in America.

Come già era avvenuto per i solforatori, le pompe per distribuire il rame sono l’ultima innovazione in fatto di meccanizzazione, il modello Vermorel è quello più pubblicizzato e, forse per una difficoltà di targettizzazione o per un’effettiva preoccupazione diffusa nell’opinione pubblica per le malattie dei vigneti, delle pompe e dei prodotti rameici si parla su tutti i giornali e settimanali anche generalisti oltre che sulla stampa specializzata.

Nelle riviste destinate ai produttori compare nel maggio 1895 su La Settimana vinicola una nuova forma di divulgazione, l’operetta informativa, un dialogo su "Le novità antiperonosporiche" tra due agricoltori, Cecco e Beppe, il primo scettico sull’opportunità di fare ogni anno i trattamenti con il rame e il secondo più informato e progressista. Una comunicazione fra pari che probabilmente aveva il suo effetto.
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