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2012 – 2019: come cambia la classifica delle prime 15 cantine italiane in meno di un decennio

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2012 – 2019: come cambia la classifica delle prime 15 cantine italiane in meno di un decennio
L’osservazione dell’andamento dei fenomeni economici di un settore nel periodo medio-lungo viene fatta raramente, perché le aziende sono abituate a misurarsi soprattutto con l’andamento dell’anno precedente.
Così facendo però si perdono di vista i cambiamenti più profondi che si verificano, fondamentali per sviluppare una visione ed una strategia di ampio respiro temporale.
Cosa che nel vino è ancor più importante rispetto ad altri comparti visti i tempi lunghi che caratterizzano sia le scelte produttive che quelle della domanda di mercato.

Ho quindi voluto confrontare la classifica delle prime 15 cantine italiane nel 2019 con la stessa situazione nel 2012 (i dati sono stati ricavati dalla sempre preziosa indagine sul settore vinicolo italiano realizzata annualmente da Mediobanca) perchè credo questi dati possano fornire indicazioni interessanti su come sviluppare le strategie per i prossimi 10 anni.

Il grafico qui sopra riporta l’andamento dei fatturati, ma nell’analisi ho considerato anche il numero delle bottiglie prodotte, il prezzo medio a bottiglia ed il risultato netto sul fatturato.


Le cooperative nel complesso crescono meno, ma rimangono le aziende principali


Nel 2019 il fatturato complessivo delle prime 15 aziende vinicole italiane è stato di 3 miliardi e 183 milioni di euro. La crescita rispetto al 2012 è stata del 43%. Sono cresciute più le aziende a capitale privato rispetto alle cooperative: 62,4% vs. 30,4%. Malgrado questo le cooperative rimangono l’aggregato più importante, con una quota del 55% sul fatturato totale. Ergo, qualsiasi strategia futura del vino italiano potrà concretizzarsi solamente se coinvolgerà anche il mondo cooperativo.

Tanto più considerando che il modello con la cooperativa che produce il vino sfuso e poi lo vende agli imbottigliatori che lo commercializzano con le loro bottiglie ed i loro marchi è finito da un pezzo. Oggi le cooperative sono presenti su tutti i mercati del mondo con i loro vini ed una delle leve competitive è proprio la possibilità di controllare integralmente l’intero processo produttivo: dal vigneto alla tavola del cliente.


Campari è sparito

Recentemente si è parlato molto di Campari nel settore del vino per il grosso investimento con cui ha acquisito una importante quota di minoranza di Tannico, con l'obiettivo dichiarato di assumerne la maggioranza nel giro di qualche anno. In molti sperano/auspicano che la multinazionale degli spirits riesca dare uno scossone di modernizzazione al settore del vino italiano grazie al suo dinamismo, cultura di marketing e forza economico-finanziaria. Un'ipotesi che mi sembra improbabile considerato che Campari nel vino c'era già anche con una presenza rilevante, ma scelto di uscirne perché le logiche e la redditività del settore non soddisfacevano i suoi obiettivi. In otto anni la Divisione Vini del Gruppo Campari è passata da essere la quarta realtà del vino italiano (contando separatamente GIV e Riunite) a sparire dalla classifica.

Campari non stata la sola multinazionale degli spirits a fare scelte di questo tipo: anche Diageo, la più grande multinazionale degli spirits al mondo, nel corso dell'ultimo  decennio scarso ha deciso di ridimensionare la propria presenza nel settore del vino e questo malgrado operasse principalmente nei paesi del nuovo mondo, ben più dinamici sia dal punto di vista della produzione che della domanda.

Forse allora  le caratteristiche strutturali del settore vinicolo italiano (presunte debolezze) non derivano tanto da fattori endogeni aziendali, quanto da quelli esogeni del mercato. Ovvero se il settore del vino (italiano) è così frammentato, con marchi globalmente deboli, ecc… magari è (anche) perché ai clienti ed ai consumatori piace così.


Antinori: un’altra galassia


La terza azienda vinicola italiana in assoluto, la prima privata, il più alto prezzo medio a bottiglia e un risultato netto sul fatturato del 34%, ossia il triplo di quello del competitor che fa meglio. Il tutto con una crescita di fatturato del 61% nel periodo 2012-19, determinata soprattutto dall’aumento del prezzo medio (+45%) rispetto all’aumento di volumi (+11,6%). Forse il caso Antinori sarebbe da studiare di più e meglio per imparare quali sono i fattori di successo e vedere come trasferirli al settore del vino italiano nel suo complesso.

Sorprendente la crescita della Casa Vinicola Botter, che diventa la sesta cantina per fatturato con un aumento del 106,7%, basato principalmente sull’aumento dei volumi (+75%), che però abbinato ad un +18% del prezzo medio porta il risultato netto sul fatturato al 10,3%, superando così in redditività il Gruppo Santa Margherita. Un modello di business che si potrebbe definire opposto a quello di Antinori, ma comunque in grado di produrre una buona redditività.

Santa Margherita mantiene la decima posizione in classifica grazie ad una crescita del fatturato tra il 2012 ed il 2019 del 99% ripartita equamente tra aumento di bottiglie vendute ed aumento del prezzo medio. Sarebbe interessante capire quanto questi numeri siano influenzati dalle acquisizioni di Cantina Mesa e Cà Maiol e dell’inglobamento in Santa Margherita Usa delle vendite in precedenza realizzate dall’importatore USA. Cala però la redditività con un risultato netto sul fatturato nel 2019 del 9,5% rispetto al 14,6% del 2012 (quando era il più alto della classifica, superiore anche ad  Antinori).
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#3 Commenti

  • Tenuta Planitia

    Tenuta Planitia

    Grazie mille Lorenzo, un'analisi interessantissima. Sarebbe oltremodo interessante capire se la crescita di questi Big sia andata a discapito di qualche altra realtà vinicola. La mia impressione, non supportata da dati statistici ma da semplice esperienza, è che i Big crescano molto bene sfruttando tutte le economie derivate dalla loro organizzazione e da un percorso di crescita consolidato; i piccoli che hanno optato per un posizionamento di qualità e che hanno investito in piani distributivi coerenti, stanno in piedi più che decorosamente contando sul regime agevolato fiscale agricolo; le aziende di dimensioni medio/grandi (>30/50 ha) siano quelle che possano risentire di questa dicotomia nel caso non riescano a sfruttare le economie strutturali dei Big che comunque richiedono investimenti importanti.

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    #1
  • Angelo Maffei

    Angelo Maffei

    Grazie, analisi interessante. Riflette un po' l'andamento degli ultimi 10 anni del settore, con costante crescita in termini di volumi, meno del prezzo della singola bottiglia. Semplificandolo al massimo, aumentano i fatturati perchè aumentano le quantità prodotte e vendute (in particolare all'estero), non perchè aumenta il valore. Ma questo è un discorso a parte.
    Solo un'osservazione su Campari: il discorso non fa una grinza! E, almeno personalmente, più sono grossi i gruppi e le realtà produttive e più li evito!

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    #2
  • Angelo Giovanetti

    Angelo Giovanetti

    Molto interessante. Grazie per l’analisi, ben fatta e dettagliata

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    #3

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